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Pyongyang conferma la linea dura verso Seoul

ROMA – Se dopo la morte di Kim Jong-Il qualcuno avesse riposto ancora qualche speranza in un cambiamento nella linea politica di Pyongyang, da oggi probabilmente dovrà cominciare ad aprire gli occhi: la Corea del Nord ha riallacciato i primi contatti con il mondo esterno dalla morte del “caro leader”, lanciando un messaggio di belligeranza e rinnovando il suo atteggiamento provocatorio nei confronti del Sud Corea.

E’ dallo scorso 17 dicembre, data della morte del leader nordcoreano, che i riflettori di tutto il mondo sono puntati sul suo terzogenito e successore, Kim-Jong-Un; un ragazzo ventenne di cui la stampa internazionale ha voluto sottolineare -forse un po’ ingenuamente- la formazione occidentale, come se l’essere appassionato di basket e gli studi in Svizzera ne potessero aver ammorbidito la rigida educazione ricevuta dal padre.

Ed ecco arrivare una prima doccia fredda. “In questa occasione, vogliamo dichiarare con fermezza agli sciocchi politici e al governo fantoccio della Corea del Sud che non vi sarà alcun cambiamento da parte nostra” questa la secca dichiarazione della Commissione di difesa nazionale,-l’organo superiore dello Stato nordcoreano- riportata venerdì mattina da un’emittente televisiva di Stato. Dimessi gli abiti di lutto, quest’oggi la presentatrice indossava un rosso scuro, quasi a riflettere i toni del messaggio di sfida di cui si è fatta portavoce.

D’altra parte, da quando nel 2008 il governo conservatore di Lee Myung-bak ha assunto le redini della Corea del Sud interrompendo ogni rapporto con il suo vicino naturale, Pyongyang ha sfoderato più volte un ampio repertorio di intimidazioni, minacciando di trasformare Seoul “in un mare di fuoco”.

“Non tratteremo mai con l’amministrazione di Lee Myung-bak”- ha ribadito la nota rilasciata questa mattina- “il mare di lacrime di sangue del nostro popolo e dei nostri soldati seguirà il regime fantoccio sino alla fine. Poi le lacrime si trasformeranno in un mare di fuoco vendicativo che brucerà tutto”.

Nel 2010 lo sbarramento d’artiglieria messo in atto da Pyongyang nell’isola del Mar Giallo, Yeonpyeong, causò per la prima volta dalla fine della Guerra di Corea (1950-53) nuove vittime tra i civili del Sud. E nonostante le ripetute smentite, su Pyongyang incombe anche l’accusa di un tentativo di affondamento ai danni di una nave da guerra sudcoreana, durante il quale all’inizio di quest’anno morirono 46 marinai.

E sebbene del delfino di Kim Jong-Il si sappia ben poco, a parte i già citati stereotipi, anche dalle parti di Seoul sono ben pochi a credere in una possibile apertura della nuova leadership guidata dal “Comandante Supremo” e da suo zio Jang Song-thaek. “Sarebbe stupido aspettarsi un cambiamento nella politica adottata dal Nord nei nostri confronti” ha dichiarato Chung Young-tae, analista presso l’Istituto di Unificazione Nazionale della Corea, un think-thank del governo sudcoreano.

Storia di una morte annunciata quella di Kim Jong-Il -il cui stato di salute faceva presagire da tempo un cambio al vertice- che nonostante gli allarmismi diffusi dai media internazionali, non sembra aver scosso più di tanto il Sud Corea. Si alla mobilitazione delle Forze Armate e alle dovute misure di sicurezza, ma senza intralciare la libertà dei cittadini e l’operatività delle tante società straniere che danno dinamismo alla metà capitalista della penisola coreana.

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