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Ungheria verso il tracollo. La destra xenofoba minaccia la democrazia

BUDAPEST – Lo scorso 2 gennaio a Budapest, il giorno dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione,  centomila persone hanno deciso di scendere per le strade per protestare contro quella che è stato inteso come un vero e proprio attacco alla democrazia.

Viktor Orban, premier ungherese della destra xenofoba e reazionaria, che con il suo partito Fidesz controlla due terzi del Parlamento, è accusato, tra l’altro, di aver limitato i poteri della Corte costituzionale, di minacciare il pluralismo dei media e di aver messo fine all’indipendenza della giustizia. Le nuove risoluzioni hanno inoltre intaccato il sistema di controllo di bilancio.

Il Paese, che rischia la recessione, si era rivolto a UE e FMI per ricevere aiuti finanziari, che hanno di contro duramente contestato i cambiamenti attuati dal Governo Ungherese. L’Ungheria fa parte dell’Unione Europea dal 2004, per aderire alla quale aveva superato all’epoca i test di democraticità e compatibilità del sistema economico. Le modifiche apportate alla Costituzione Ungherese, da Orbàn e dal suo partito mettono in dubbio il presupposto stesso della partecipazione della nazione alla comunità europea e quindi alla possibilità di accesso ai finanziamenti e al Fondo Monetario Internazionale. I principi delle leggi e dei comportamenti di ciascuno dei ventisette Paesi membri è condizione necessaria per l’adesione all’Unione e per l’esercizio dei diritti che essa comporta, la partecipazione di uno Stato membro può essere sospesa se gli organi dell’Unione verificano che esiste una violazione grave di quei valori.

La nuova carta costituzionale ungherese che ha ricevuto dissenso unanime – oltre ad Unione Europea e FMI, anche il capo della diplomazia USA Hilary Clinton ha manifestato preoccupazione – ne da misura anche il crollo del  fiorino, nelle ultime ore ai minimi storici nel cambio con l’euro. 

Già alla fine di dicembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso aveva inviato a Budapest un monito per avvertire il Governo dei rischi della sua politica. L’unico passo successivo, potrebbero essere delle sanzioni.
Sembra quindi che spetti proprio a Bruxelles l’obbligo di intervenire contro la deriva nazionalista presa dall’Ungheria, per difendere i presupposti del suo stesso essere, espressi così chiaramente nel Trattato dell’Unione.

D’altra parte c’è chi auspica per la risoluzione della crisi, un’alternativa che rispetti la sovranità del paese. I cittadini ungheresi infatti, rimangono schiacciati da una parte dalle decisioni del proprio Governo, che prevedono la soppressione dei sussidi di disoccupazione, la riduzione delle pensioni, la demolizione del sistema sanitario e il ripristino del sistema sanitario privato, dall’altra dalle misure di rigore sempre più dure provenienti dalle potenze occidentali, preoccupate solo della stabilità e dalla affidabilità finanziaria dello stato membro. Sembrerebbe che il popolo ungherese non abbia alleati forti né all’interno né all’esterno dei confini del proprio territorio.

Il dilemma che ricorre abitualmente in questi mesi di crisi globale sembra rimanere sempre lo stesso, la capacità dei sistemi governanti di trovare un equilibrio tra equità, democrazia e sostenibilità economica.

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