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Questione di “sfiga”! Ecco i valori del “ministrino” del lavoro

RAVENNA – Almeno da parte mia, non v’è alcun dubbio: “Nella vita è tutta una questione di c..o!”.

Dal momento in cui una puerpera ti sgrava e ti mette al mondo a quello in cui, tutto solo (ricordate De André), lasci libero un posto su questo pianeta, è solo questione di fortuna… E lor signori lo sanno bene, tanto che non perdono occasione per ricordarcelo così come ha fatto ieri l’attuale vice ministro del lavoro – uno che di fortuna se ne intende – quando ha parlato di sfiga per chi a 28 anni non si è ancora laureato.

Si tratta di una visione del mondo e dei rapporti tra gli uomini, lo ammetto, che si avvicina alla realtà molto più di quella che io e altri – che da sempre lavoriamo per mettere in moto l’ascensore sociale – abbiamo cercato di correggere in questi anni di lavoro sindacale e politico e che oggi, in questo contesto di assoluta follia collettiva sviluppista, sembra essersi impossessata della maggioranza delle persone.

Una visione del mondo, per giunta, che non solo non si accontenta più di prendere atto della botta di c..o che si è avuta nell’essere sgravato nell’opulenta Francia e, perdippiù, in una famiglia che conta godendo in silenzio e in maniera defilata dei privilegi che tale condizione comporta ma che, invece, intende vantarsene e farlo pesare sugli sfigati.

Così, mentre fino a qualche anno fa, i figli di papà tentavano il più possibile di passare inosservati, mentre occupavano i posti di prestigio conquistati (anche) per meriti familiari, oggi vanno ai convegni e spiegano che la vita è solo una questione di fortuna e, quindi, chi ha avuto la sfortuna di nascere povero, da un povero cristo, è meglio che si rassegni a prendere presto un diploma, un attestato professionale, piuttosto che intasare con la sua presenza le Università da cui, comunque, uscirà disoccupato perché sfigato, appunto.

Come dargli torto! Al di la dello stile (che pure da un tecnico, di un governo di tecnici sarebbe d’obbligo), non posso negare di avere sempre avuto un debole per le “economie scientificamente pianificate”, quelle in cui i posti all’università erano assegnati sulla scorta del merito e delle capacità personali, piuttosto che dei meriti censuari e dalla capacità del portafogli di papà. L’unica cosa che mi suona strana, però, è che oggi, a guerra fredda vinta, sia il figlio di papà a sostenere le ragioni della formazione in funzione del lavoro piuttosto che della libertà individuale.

Quello stesso figlio di papà che, stando alle malelingue (citate in questo articolo del Sole 24 Ore), dopo essersi laureato a 23 anni, avrebbe bruciato le tappe perchè italianamente figlio di Antonio Martone, magistrato di chiara fama, attivo in Cassazione e ricco di contatti politici.

Le stesse malelingue che vedono lo zampino di papà anche nella vittoria del concorso da ricercatore a Teramo, a soli 26 anni, e dell’idoneità da ordinario all’università di Siena, a soli 29. Attenzione, l’idoneità, perché per insegnare, causa blocco delle assunzioni, ha dovuto aspettare, poverino, due anni, fino al 2005, quando è tornato a Teramo con l’upgrade e la cattedra di Diritto del Lavoro.

Attenzione, si tratta di voci maligne messe in giro ad arte perché, in realtà, le capacità del vice ministro sono sotto gli occhi di tutti ed indiscusse. Tanto che, stando almeno alla risposta “ufficiosa” del portavoce del ministro Brunetta ad un’interrogazione di Pietro Ichino, del 26 novembre 2010, rispetto ad “un contratto di consulenza avente per oggetto “la valutazione degli aspetti giuridici inerenti alla fattibilità degli interventi in materia di digitalizzazione ed informatizzazione del settore pubblico nei Paesi terzi”, sarebbe avvenuto proprio il contrario. Si legge, infatti, sul sito del senatore dl PD  – che “la nomina di Antonio Martone (papà del figlio di papà) e degli altri componenti di CIVIT (l’organismo di controllo del corretto funzionamento dell’intera Funzione pubblica) è successiva di diversi mesi alla consulenza del figlio” così che il portavoce del ministro può facilmente affacciare “un dubbio. Che sia stato allora quest’ultimo (il figlio di papà) a raccomandare suo padre?”.

Malelingue, dunque. Infatti, anche se un pò sono invidioso, se non altro di qui 15 anni in meno dei miei, non posso non essere d’accordo con il vice ministro.

Come si fa, infatti, a non dare la colpa alla nostra proverbiale sfiga italiana rispetto al fatto di essere passati, in meno di due mesi, per liberarci di un guitto dedito alla menzogna come stile di vita, ad un gentleman che pompa i numeri e le stime ed usa la verità approssimata come metodo di lavoro. O di aver chiamato a sostituire una pletora di inutili “vaiasse” schiave del sentito dire e dell’approssimazione, una nobildonna di antico lignaggio che usa: la smentita, la rettifica e il malinteso come stile per le relazioni con le parti sociali e le lacrime come strumento di comunicazione con i media.

Non è il caso, però, di commiserarci troppo visto che, tutto sommato, nel nostro piccolo – pur stando peggio del cane da guardia di una villa brianzola – stiamo comunque meglio di qualsiasi bambino africano.
In fondo, se pur a rischio “default”, siamo pur cittadini della 7a potenza industriale mondiale. O sbaglio il ranking?

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