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Twitter ci ripensa: la libertà di espressione non è così importante

Dal momento della sua fondazione, 5 anni fa, Twitter è diventato in poco tempo, su scala mondiale, il social network più usato per comunicare e far viaggiare informazioni, raccontare eventi o meglio ancora “fare” notizia e narrare la storia. Nell’anno appena trascorso, è stato più volte citato come lo “strumento” principale del giornalismo partecipativo (citizen journalism), grazie al quale gli accadimenti principali avvenuti vengono raccontati, real time, senza filtri e censure.

Ebbene Twitter ci ripensa e, andando contro le mobilitazioni del web su le leggi che vogliono limitare il potere della libera informazione e divulgazione che caratterizzano internet (ad esempio leggi SOPA e PIPA), si autocensura e con un comunicato annuncia di aver ripensato al suo motto di “the tweets must flow” – un inno all’aperto scambio di informazioni con impatto globale – per “adeguarsi alla crescita internazionale” e “rispettare le differenti idee di libertà di espressione dei diversi paesi”. Quindi, secondo quanto espresso dalla comunicazione della dirigenza della società californiana, i messaggi verranno bloccati “solo” nei paesi in cui sono illegali. Ad esempio, citando una famosa testata giornalistica americana che ne da notizia, “se qualcuno posta in Thailandia, un tweet che si esprime contro la monarchia – reato punibile con la prigione dal governo di Bangkok – non sarà visibile agli utenti tailandesi, ma solo al resto del mondo”.

Così il 26 gennaio, con l’inaspettata dichiarazione, che mette in allarme nuovamente il popolo della rete, Twitter, presumibilmente per motivi politici ed economici, non solo perde l’occasione di diventare manifesto della libertà di parola, ma fa anche naufragare le aspettative di quel “Quarto Stato” che lo aveva virtualmente eletto a propria piazza dove riunirsi. Ringraziano sentitamente i governi di Iran, Siria, Cina, Turchia, Arabia Saudita, etc., che senza neanche averlo chiesto, fanno calare la scure della censura, dove non avrebbero mai sperato di poter arrivare. Ci si chiede se Jack Dorsey, sappia realmente a cosa stia mettendo fine, se abbia il polso di quello che si è realizzato nello scorso 2011, sancito dal Time come l’anno di “The Protester”, anche grazie alla sua iniziativa.

L’Associazione “Woman 2 Drive”, nel giugno dello scorso anno, aveva diffuso su Facebook e Twitter il vademecum della protesta organizzata dalle donne saudite, contro la legge del 1991 che impedisce loro di guidare. L’iniziativa aveva avuto un enorme successo perché la comunicazione si era diffusa senza blocchi governativi grazie a internet, le cittadine saudite, raggiunte su computer e telefonini, si erano messe al volante nella propria città, per poi procedere in modo sparso, evitando così un possibile fermo di massa.

Speriamo che il potere degli utenti possa far cambiare idea al social network di San Francisco, principalmente per dare di nuovo voce a chi è costretto al silenzio nella vita di tutti i giorni.

Please stop “Tweet withheld”.

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