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RIOMA – Si è parlato così tanto della riforma pensionistica che sembra essere stata rimossa dalla memoria collettiva la questione della rivalutazione dei montanti contributivi.

Uno dei colpi di genio per ridurre in maniera del tutto arbitraria l’assegno di pensione dei lavoratori fu infatti il meccanismo di rivalutazione dei contributi inventato dalla Riforma Dini.
I contributi che ogni lavoratore versa ogni anno all’ente previdenziale di appartenenza vengono sommati progressivamente. Il totale dei contributi versati vengono annualmente “rivalutati” e costituiranno, alla fine della carriera di ogni lavoratore, il cosiddetto Montante Contributivo Individuale, sulla base del quale verrà poi liquidata la pensione.
Nel 2011, ed è la prima volta che ciò accade da quando è in vigore la Legge Dini, i contributi dei lavoratori verranno adeguati ad un tasso inferiore a quello dell’inflazione. A fronte di una rivalutazione che si dovrebbe aggirare intorno al 2 per cento circa l’inflazione media del 2011 ha fatto segnare il 2,7 per cento e a dicembre l’indice ha fatto registrare più 3,2 per cento.
Tale impoverimento delle future pensioni è dovuto alla stramba previsione dell’art,1 comma 9 della Legge 335 del 1995, altrimenti nota come Legge TruffalDini, per cui i contributi dei lavoratori vengono rivalutati ad un tasso annuo di capitalizzazione che è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare.
Al momento manca però la consueta comunicazione da parte dell’Inps del tasso annuo di rivalutazione dei montanti contributivi con riferimento all’anno 2011, tasso che è influenzato solo ed esclusivamente dall’andamento del Pil nominale negli anni dal 2006 al 2010, dati ormai di pubblico dominio. Perché questa assenza?

Nell’attesa del numero preciso al terzo decimale e tanto per prendere meglio coscienza di quale danno sia per le future pensioni questo malefico sistema di rivalutazione vi illustro tre casi in cui un lavoratore versa inizialmente 10mila euro annui di contributi, gode di aumenti di stipendio, e quindi di aumenti di contribuzione, pari solo all’andamento dell’inflazione, che fissiamo al 2,7 per cento, e va in pensione dopo 42 anni di servizio al’età di 65 anni. I tre casi differiscono però solo della rivalutazione di cui godranno i contributi versati. Nel primo caso i contributi versati vengono rivalutati al 2 per cento annuo, ovvero la rivalutazione del 2011, il lavoratore andrà in pensione con un montante contributivo di quasi 1 e 100mila euro corrispondenti ad un assegno annuo di circa 61mila euro annui, poco più del 68 per cento dell’ultima retribuzione. Nel secondo caso il montante contributivo viene rivalutato del tasso d’inflazione, il 2,7 per cento, appena lo 0,7 per cento in più, ma sufficienti per accedere a pensione con oltre 1 milione 250 mila euro di montante pari a  oltre 70 mila euro annui di pensione, il 79 per cento dell’ultima retribuzione.
Nel terzo ed ultimo caso il montante viene rivalutato del 5,703 per cento, ossia del parametro Rendistato, elaborato da Banca d’Italia,che rappresenta il rendimento medio ponderato di un paniere di titoli pubblici italiani.
In questo caso il lavoratore che avesse la fortuna di vedersi così rivalutare i propri contributi andrebbe in pensione con un montante contributivo di oltre 2 milioni e 400 mila euro corrispondenti alla clamorosa pensione annuale di 135 mila euro, il 151 per cento dell’ultima retribuzione.
Incassando semplicemente per ciò che si è versato.

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