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Il crollo dell’Inter. Un disastro chiamato Massimo Moratti

La sconfitta in casa con il Novara, ultimo in classifica, rappresenta l’anello finale del disastro di una gestione societaria volutamente dismessa, dopo i trionfi del 2010

I tifosi erano contenti, certo. Ma molti fra quelli con l’occhio più smaliziato, dentro di loro, erano sicuri che non poteva continuare. Il filotto di sette vittorie consecutive in campionato, che avevano permesso ai nerazzurri di riagguantare le prime posizioni in classifica e nutrire almeno la speranza di un piazzamento d’onore, sarebbe prima o poi venuto meno. Ed infatti, così è stato, perché non c’è vittoria più pericolosa di quella capitata per eventi fortuiti, con reti che non concludono modelli di gioco causali ma “casuali”, inceppamenti improvvisi degli avversari (come nel derby con il Milan), accentuate dosi di fortuna. Insomma, vittorie senza merito e senza un gioco di rilievo, con sferzate d’oro di un campione come Milito.

Il non-gioco dell’Inter ben presto avrebbe fatto maturare una triste realtà, che ora è sotto gli occhi di tutti. Una squadra che ha subito dieci gol nelle ultime quattro partite di campionato (dodici con quella persa contro il Napoli in coppa Italia), ha conquistato un punto su dodici (contro il Palermo, dal quale ha incassato quattro reti). Ha già perso nove partite (quella di oggi con l’ultima in classifica, per giunta in casa); non succedeva da 54 anni. Dove cercare le colpe? I giocatori, oramai sazi e anziani? L’allenatore, che non sa fornire le giuste motivazioni (e sarebbe il terzo in un anno, dopo Benitez e Gasperini)? Non crediamo. Le colpe sono, al 99%, del patron, cioè di Massimo Moratti e delle sue squinternate decisioni prese subito dopo i trionfi del 2010 (Campionato, Champions e Coppa Italia).

Invece di puntare ad un consolidamento della forza del team, operando innesti graduali di giovani, Moratti ha imposto un rigore di bilancio che si è realizzato nel principio: nessun giocatore è incedibile se arriva la giusta offerta. Così una squadra di grandissimi campioni è stata letteralmente demolita, perché sono partiti Eto’o – uno degli assi migliori del mondo insieme a Messi e a Cristiano Ronaldo – e Balotelli, impoverendo il tasso netto di realizzazione in attacco (Eo’o viaggiava sempre con una media di 35 reti all’anno). Si sono acquistati giovani brasiliani sul cui talento nessuno sa davvero cosa dire: Coutinho, Jonathan, Jesus, i primi due provati per una decina di partite e poi lasciati mestamente addirittura in tribuna, mentre per il neo-arrivo dal nome impegnativo ancora non si sa nulla di definitivo.  A fine mercato estivo, è spuntato il nome di Zarate, preso in fretta e furia senza ragionare, perché quasi regalato dalla Lazio, dato che era inviso a Reja (e questo già doveva essere un segnale chiaro), per il quale la società romana non ha nemmeno posto l’obbligo di riscatto a fine stagione. Un giocatore assolutamente incolore e inadatto ad una squadra di primo livello internazionale come l’Inter. Non solo, ma si è lasciato andare via Thiago Motta per prendere Palombo, che nemmeno in serie B riusciva a trovare un posto da titolare con la Sampdoria e Guarin dal Porto, un altro oggetto misterioso che però nel frattempo è infortunato e ne avrà per circa un mese. Per non parlare di Alvarez, detto “Ricky Maravilla” per le sue eccelse qualità e tocco di palla, tutt’ancora da mostrare ai tifosi.

I risultati si vedono. La squadra non ha più un centro gravitazionale, il centrocampo non riesce a filtrare più i palloni come un tempo, proteggendo la difesa, soprattutto a causa del logoramento di Cambiasso, Zanetti e Stankovic, ma soprattutto l’eccessiva presenza di argentini rallenta il gioco, Alvarez blocca qualsiasi geometria variabile e soprattutto non è ancora un regista cui affidare compiti importanti e così il tandem Milito-Pazzini si trova quasi sempre in fuorigioco, mentre di Forlan non si hanno grandi notizie se non che oggi è rientrato in campo, dopo l’infortunio, con risultati francamente penosi. Né Snejider riesce a risolvere una questione che è strutturale ed attribuibile soprattutto alla mancanza di un vero regista e di giovani che corrono, innestando, palla  a terra, azioni rapide ed incisive. Naturalmente, la dipartita di Thiago Motta non ha fatto che accrescere le carenze, anche se il brasiliano non è neanche lui un filmine. Basti notare come l’Inter non sappia fare alcuna ripartenza degna di questo nome, come i portatori di palla non sappiano mai a chi passarla e ricorrano al giocatore dietro di loro, come gli attaccanti siano costretti a indietreggiare pur di creare corridoi per l’assist che non arriva mai. Un gioco che, invece di avanzare, quasi sempre arretra e che coltiva il possesso palla senza alcun costrutto.

Insomma, un disastro, una distruzione programmata di un team di grandi campioni, costruito in un ventennio di sacrifici anche economici, che ora sono però soltanto un antico ricordo.

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