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Partito democratico: ‘uno, nessuno, centomila’

ROMA – Domenica Eugenio Scalfari, alla fine della sua solita noiosissima esternazione festiva, chiedeva in un ‘post sciptum’ a Bersani la sua opinione su quello, per lui, strano movimento di alcuni deputati della segreteria del Partito democratico, i quali, sempre secondo lui, vorrebbero trasformare il Pd in un partito socialdemocratico: “sullo schema del partito socialista europeo”.

Il nostro ‘grande giornalista’ de La Repubblica così sentenzia: “… il senso di questa proposta mi sfugge (…) Sono tra gli elettori del Pd ed ho partecipato alle primarie fin dai tempi dell’Ulivo di Prodi e poi del Pd come certificano le liste stilate nei gazebo dove il voto delle primarie veniva raccolto insieme ai dati anagrafici dei votanti. Credo sia il solo partito italiano che adotta le primarie e me ne rallegro, ma non credo che avrei votato per un partito socialdemocratico che oggi a me sembra del tutto anomalo nel panorama italiano”. Poi conclude: “Sarei molto lieto di conoscere in proposito l’opinione del segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Tanto per sapere, come elettore del partito da lui guidato”.

Martedì Bersani, sempre su La Repubblica, risponde che di queste proposte non sa nulla : “Con tutta franchezza (e non facendo certo difetto ai democratici la pluralità di opinioni!) non conosco né documenti né intenzioni di dirigenti di Partito che pongano quel problema”. Poi, preso da furor identitario sottolinea con forza l’identità monolitica del partito: “Dopo quattro anni siamo usciti dal problema identitario. (quindi per quattro anni c’era un problema identitario N.d.R.) Non abbiamo certo finito il nostro lavoro di costruzione né abbiamo corretto tutti i nostri difetti, ma non siamo più una ipotesi o un esperimento o un partito in cerca di Dna. (…) Ormai esistiamo. Non possiamo più permetterci sedute psicanalitiche”.
Lasciando perdere le sottigliezze retoriche bersaniane tra cercare, spostandosi a sinistra, come vorrebbe una fronda del partito, di divenire un partito socialdemocratico o trovare una sistemazione nel gruppo dei Socialisti Europei che si sta formando, si potrebbe invece esaminare più attentamente il discorso che Bersani fa sull’identità data da un “Dna” talmente strutturato che non ha bisogno di “sedute psicanalitiche”. Certo di “sedute psicanalitiche”, in senso stretto il Pd, non ne ha certamente bisogno – i pochi psicanalisti freudiani rimasti per loro stessa dichiarazione non curano – ma di un buon psicoterapeuta, visto la schizofrenia strutturale del Partito democratico, certamente sì.

Prova ne sono le tante anime lontane tra loro che spezzettano, paralizzandolo, il partito di Bersani nel quale, come in un calderone stregonesco,  galleggiano allegramente cattocomunisti, cattoliberisti, ex comunisti trinariciuti, cattolici che vanno a prendere ogni mattina le veline dai vescovi in Vaticano, personaggi squallidi che pur avendo avuto per trent’anni la tessera del partito dichiarano di non essere stati mai comunisti, ecc. Per non parlare poi del comportamento dissociato che il Pd sta tenendo con questo governo di ultraliberisti, che fino all’altro ieri lavoravano per le banche, che si esprime più o meno così: “Non siamo d’accordo con quanto sta facendo il governo però lo sosteniamo lo stesso votando qualsiasi cosa ci metta sotto il naso”. E tutto questo significa avere un’identità?
E qui ci si dovrebbe intendere sulla pluralità interna al Partito democratico. Se per pluralità si intende movimenti come quello che stanno facendo i tre quarantenni della segreteria, Fassina, Orfini e Andrea Orlando, i quali pensano di lavorare per dare una vera identità culturale di sinistra al Pd, identità perduta nei deliri americanisti di Veltroni, allora d’accordo.  – Ve lo ricordate il “Yes We Can” di Obama tradotto in un maccheronico dall’inventore del Partito democratico che faceva lo specchio scimmiottando il presidente degli Usa? Che immagine agghiacciante!  

Se si parla “dimenticare ciò che è stato il Lingotto” di Veltroni, e se si parla di un’identità di sinistra che si basa sull’eguaglianza sociale, come ha dichiarato Matteo Orfini allora essere “uno, nessuno, centomila” significa costruire un partito in continuo divenire. Significa rinascere ogni giorno in un modo diverso perché la realtà sociale muta ad ogni piè sospinto e la si deve ridisegnare ogni maledetto giorno che verrà, se si vuole essere politici sempre presenti e vedenti e udenti che reagiscono rispondendo ai bisogni e alle esigenze dei cittadini.
Se invece essere “uno, nessuno, centomila” significa essere un’accozzaglia di persone incollate alla poltrona, così diverse nel pensiero, nel modo di percepire la realtà, nella struttura umana e soprattutto con dei fini completamente diversi, allora il Pd deve fare i conti con un’assenza di pensiero e di idee politiche che dura almeno dalla caduta del muro di Berlino. Ma forse questa assenza di pensiero, di idee, dura da sessanta anni: da quando uomini di valore come il socialista Riccardo Lombardi e molti altri, che venivano dalla resistenza, vennero messi a tacere in un angolo da coloro che facevano delle certezze dogmatiche la loro pseudo identità: comunisti staliniani e credenti cattolici.

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