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Cosa c’è realmente dietro l’ennesima disfatta dei nerazzurri contro il Bologna (0-3). Lo smantellamento di una squadra vincente e il desiderio di autodistruzione del ricco petroliere, a stento nascosti da una ridicola esigenza di “fair play” finanziario imposto dall’Uefa

Se n’è andato poco dopo l’inizio del secondo tempo, risparmiandosi il terzo gol del Bologna, segnato, colmo della derisione, da un ex: Robert Acquafresca. Roso dalla rabbia, Massimo Moratti ha abbandonato la tribuna e la “sua” squadra, forse imprecando. Ma contro chi? Se fosse una persona pienamente consapevole, potrebbe soltanto accusare se stesso per l’incredibile storia di questi due anni, il tempo che è trascorso fra le imprese storiche del 2010 e la voluta demolizione della squadra che ha pervicacemente cercato e realizzato subito dopo la partenza di Mourinho.

UNA DISFATTA VOLUTA. L’inopinato abbandono del club da parte dello “Spercial One”, subito dopo il trionfo di Madrid contro il Bayern e la conquista, dopo 46 anni, della Champions League, devono aver procurato a Massimo Moratti una sindrome da abbandono. Era l’allenatore che, in qualche modo, gli aveva ricordato la sua infanzia e la memoria di Helenio Gavilàn Herrera, il coach argentino che aveva stregato il padre negli anni Sessanta, portando alla vetta del mondo i nerazzurri di Facchetti, Picchi, Mazzola. Il trauma si è realizzato attraverso la convinzione che tutto si fosse oramai compiuto e che niente sarebbe stato più come prima. La scomparsa di Mourinho deve aver convinto Moratti a smantellare la squadra, invocando un teorico e ridicolo fair play finanziario, imposto dall’Uefa di Michel Platini, valido peraltro soltanto per l’Inter.

LO SMANTELLAMENTO DELLA SQUADRA. È così che, immediatamente dopo aver preso un allenatore nel quale non credeva, Rafa Benitez, spinto soprattutto dai suoi consiglieri, nell’estate del 2011, gli ha affidato la squadra senza fare un solo acquisto. Anzi, togliendogli una delle giovani promesse migliori del mondo, Mario Balotelli, venduto per una ingente cifra al Manchester City. “La squadra è vincente, non c’è bisogno di alcun rinforzo” dichiarava in quei giorni Moratti, non rendendosi conto di quanto assurdo fosse questo pensiero. Se l’Inter era vincente, allora il Barcellona cos’era? Eppure, i blaugrana hanno continuato nei loro acquisti stellari (Sanchez dall’Udinese, Fabegras dall’Arsenal), così come la maggior parte degli altri team. Soltanto l’Inter rimase così com’era, con un Benitez impotente e perdente, salvo conquistare una inevitabile supercoppa mondiale grazie ad una squadra di dilettanti africani che viene battuta in un’improbabile finale (0-3 contro il Mazembe).

VA VIA ANCHE ETO’O. Ma la sindrome autodistruttiva di Moratti doveva ancora trovare il suo epilogo clamoroso: la vendita del gioiello, uno dei calciatori più forti del mondo, Samuel Eto’o nell’estate del 2011, poco dopo aver ingaggiato l’ennesimo allenatore: l’inadeguato Gianpiero Gasperini. Non è vero che Eto’o se ne sarebbe andato comunque, richiamato dalle sirene russe di uno stipendio favoloso. Aveva chiesto un giusto adeguamento della sua retribuzione, visto che era stato praticamente lui, con i suoi gol, a regalare all’Inter i trionfi del 2010. Ma Moratti aveva compreso oramai che proprio la vendita del camerunense sarebbe stata la migliore nemesi per il suo desiderio di annullamento. Per comprendere che cosa ha perso l’Inter con la dipartita di Eto’o, basti pensare che un anno fa aveva segnato 24 reti, cioè più di quanto hanno fatto in questa stagione tutti gli attaccanti dell’Inter messi insieme (Milito, Pazzini, Forlan, Castaignos e Zarate).

RANIERI E THIAGO MOTTA. Veramente poco poteva a questo punto fare il “riparatore” Claudio Ranieri, un passato prestigioso (ha allenato il Chelsea e la Roma, con la quale ha quasi conquistato lo scudetto del 2010, vinto al fotofinish proprio dall’Inter) e la capacità riconosciuta di portare serenità anche in ambienti difficili. A fine gennaio, egli fa presente a Moratti che la vendita di Thiago Motta comprometterebbe l’equilibrio del centrocampo e, per conseguenza, quello della difesa, prospettandogli la soluzione di cederlo in estate, una volta conclusi gli impegni ufficiali. Ma non c’è stato niente da fare. Motta è stato ceduto e in cambio sono arrivati Palombo (che non giocava in prima squadra nemmeno in serie B) e il colombiano Fredy Guarìn. Proprio questo ultimo arrivo è probabilmente destinato a perfezionare i desideri di autodistruzione morattiani. Perché Guarìn viene acquistato subito dopo aver subito una lesione al polpaccio che sembra essere stata curata male dai medici del Porto e i cui tempi di recupero sembrano addirittura slittare da quel mese che era stato preventivato. Insomma, Guarìn sarà probabilmente utilizzabile a campionato quasi finito!

Perché, dunque, abbandonare gli spalti di San Siro prima della fine dell’ennesima disfatta? Moratti poteva essere soddisfatto. Finalmente aveva realizzato il suo desiderio di auto-punizione per aver trionfato troppo nel 2010. L’immagine di Helenio Herrera tornava di nuovo ad albergare nella sua mente ricca di memorie passate. Come quelle dei tifosi interisti costretti ora ad assistere ad una indecorosa perdita di dignità.

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