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CITTA’ DEL MESSICO (corrispondente) – A tre giorni dall’inferno di fiamme che ha portato alla morte di 356 persone arse vive all’interno del carcere di Comayagua in Honduras, rimane il mistero sull’origine dell’incendio.

Le voci diffuse dai media di un materasso bruciato durante un attimo di follia da parte di un detenuto, non convincono i familiari delle vittime. Felix Armando Cordona, padre di Luis, 28 anni, deceduto tra le fiamme, dice “è impossibile credere che i prigionieri abbiano appiccato il fuoco sapendo che sarebbero morti”. Altre voci parlano di una responsabilità delle guardie, che avrebbero dato fuoco ad alcune bombole del gas.

Oggi si scopre che alle ore 22.59 di martedì, quando è arrivata la chiamata di alla stazione dei vigili del fuoco, solo sei guardie erano al lavoro nella struttura. Quattro erano nelle torrette e solo due avevano il compito di controllare gli 852 detenuti (il doppio rispetto alla capienza). I sopravvissuti raccontano di aver visto le guardie gettare le chiavi a terra e scappare nel panico. Sarebbe stato un carcerato, in quel momento non rinchiuso in quanto svolgeva anche attività di infermiere all’interno della prigione, a gettarsi fra le fiamme ed aprire le porte delle celle. Altri, come Fabricio Contreras, sono scappati aprendosi un varco nel tetto e lanciandosi nel vuoto.

I cadaveri carbonizzati, chiusi all’interno di sacchi di plastica neri, sono stati portati all’obitorio di Tegucigalpa, distante 80 chilometri. Alcuni parenti delle vittime vengono accompagnati dal personale della croce rossa all’interno dell’edificio per il riconoscimento ufficiale delle salme, corpi non completamente carbonizzati a cui è stato possibile dare un nome attraverso le impronte digitali. Per gli altri, la maggioranza, bisognerà aspettare l’esame del DNA.

Questa di Comayagua è la più grande tragedia carceraria dell’America Latina, avvenuta nel paese che detiene il record del tasso di omicidi nel mondo (82 ogni 100mila abitanti in base ai dati dell’ONU del 2010, venti omicidi al giorno).     

L’indignazione per la notizia è aumentata quando il presidente della Corte Suprema del paese centro americano ha ammesso che solo il 40% dei detenuti era colpevole. La maggioranza era ancora in attesa di giudizio, oppure erano rinchiusi in quanto sospetti membri di organizzazioni criminali.

“Sono degli assassini!” grida Pedro Mejia, padre di Carlos David morto nel carcere di Comayagua dove era rinchiuso da sei mesi, in attesa del processo per un tentativo di furto di una saldatrice.

Venerdì a Ginevra l’ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha affermato che sarà avviata un’inchiesta indipendente visto che si tratta del terzo incendio che avviene all’interno di un penitenziario dell’Honduras negli ultimi dieci anni. Nel 2004 un incidente attribuito alle “falle strutturali” del complesso aveva causato 107 morti nel carcere di San Pedro Sula, seconda città dell’Honduras. Un anno prima era stata invece una faida scoppiata tra membri delle ‘pandillas’ o ‘maras’ (bande criminali giovanili diffuse in tutto il Centroamerica) a causare 69 vittime nel carcere di El Porvenir, nella città caraibica di La Ceiba.

Nel 2006  la Corte Interamericana dei Diritti Umani aveva inviato un rapporto al governo Honduregno raccomandandolo di adottare misure volte ad evitare il sovraffollamento delle carceri, di migliorare l’addestramento delle guardie e installare sistemi antincendio. Nel 2010 aveva ribadito la necessità di un intervento visto che, in quattro anni, non vi erano stati cambiamenti nella gestione dei penitenziari.

Anche il governo degli Stati Uniti aiuterà le autorità locali a fare luce sul rogo inviando un “International Response Team”, agenti investigativi specializzati in incendi ed esplosioni. La gente, i parenti delle vittime plaudono l’intervento di commissioni internazionali. I livelli di corruzione nel paese sono tali che nessuno crede più nella giustizia nazionale.

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