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TOKYO (nostro corrispondente) –  Fa un certo effetto vedere in mezzo a tanti caratteri hiragana una parola italiana. Viaggiare nella metro di Tokyo e scoprire che il vicino ha appena comprato un romanzo nella catena “Libro” ci fa sentire un po’ a casa, e potrebbe anche risvegliare un pizzico di orgoglio nazionale.

Poi si va nelle strade e lo stupore si trasforma in una risata, quando si legge il negozio di cosmetici “La Casta”, il barbiere “Belva”, il bar “Ciappuccino” e perfino il negozio di abbigliamento “Cazzo”.
A quanto pare l’italiano va molto di moda e fa tendenza in Giappone. E’ quanto emerge da una ricerca sull’uso delle parole italiane nella capitale giapponese, lanciata dall’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, presieduto dal Direttore Umberto Donati. Certo, si tratta di un italiano un po’ particolare, spesso deformato e sgrammaticato, un “italiano a modo mio”, come è stato chiamato il progetto.
In realtà, l’iniziativa, realizzata in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena, si è svolta qualche tempo fa, ma il video è stato prodotto solo ora. Tutto è partito da un concorso di fotografia che ha prodotto una mostra di grande successo per la Settimana della cultura italiana nell’ottobre 2010, poi replicata nell’Isola del cinema di Roma e nel festival della Letteratura di Mantova.

Nell’indagine dell’Istituto si è cercato di capire il perché di tanto successo e i risultati sembrano andare in una direzione. Agli orecchi di un giapponese l’italiano suona come una lingua armoniosa, spesso accostata ai concetti di eleganza, raffinatezza e alto status sociale. Questo spiega il suo crescente uso nel mondo della moda, della ristorazione e dei trasporti, ma con accostamenti che ai nostri occhi fanno un effetto spesso grottesco e comico.
Al di là della risata però, le ragioni del fenomeno sono tutt’altro che banali. Secondo il professor Luigi Cerantola, andrebbero cercate nella facilità di trascrizione dell’italiano rispetto alle altre lingue ‘forti’, quali l’inglese e il francese, per il fatto che il giapponese ha una scrittura sillabica e una fonetica più affine alla nostra. Ma anche nella coscienza, sviluppatasi dall’ultimo Dopoguerra, che patria dell’Occidente sia l’Italia, venerata per la sua arte musicale e figurativa, a cui il Giappone si è sempre rivolto per la sua industria del design, della moda e della ristorazione.

Sembra poi che i giapponesi abbiano scoperto che moltissime parole inglesi, difficili da trascrivere e pronunciare, hanno il corrispettivo in italiano, più facile da usare. E lo spagnolo allora? La lingua iberica, a quanto pare, pur avendo trascrizione più facile, è quasi inesistente: questo perché in Giappone, né Spagna né America Latina richiamano idee di raffinatezza. La scritta italiana, insomma, identifica agli occhi dei giapponesi un superiore livello estetico, una maggior qualificazione sia del prodotto che del suo consumatore e dunque un elemento di eleganza, categoria sommamente considerata dalla cultura giapponese. Con buona pace del significato che essa veicola.  

Video dell’istituto di cultura italiano a Tokyo

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