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“Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene”.  Rosa Luxemburg

ROMA – E’ così  difficile per una donna riuscire a raccontare una violenza di cui è rimasta vittima? Si, perché nella testa di una donna violata subentrano una serie di fattori immobilizzanti tra cui una sorta di paura costante e incontrollabile, un senso di colpa lesivo ed incessante, un dubbio lacerante di essere lei stessa responsabile della violenza che ha subito o sta subendo.  Una donna violata porta sempre dentro sé una vergogna strisciante che non è la la sua e che non dovrebbe appartenerle. Sempre nella testa di una donna che ha subito violenza si insinuano una serie di sentimenti che ingabbiano i pensieri e che tendono a dissimulare, a camuffare e peggio ancora a minimizzare la violenza stessa, fino ad arrivare all’inganno e alla negazione di aver subito un reale “danno” alla propria persona.

Le donne violate nella maggior parte dei casi arrivano a un Pronto Soccorso per “problemi di tipo sanitario”. Comunicano un bisogno differente, perché si vergognano semplicemente di dire la verità, perché si vergognano di loro stesse, perché non si sentono libere di dare un nome, quello vero, quello giusto, al dolore che portano dentro e per questo lo ‘travestono’, lo ‘mimetizzano’, soltanto per renderlo più presentabile agli altri.

Il racconto e l’ascolto da parte di persone che possano realmente comprendere in profondità la natura di questa tragedia sono  i primi passi per guarire ed affrancarsi da quelle ferite invisibili (ma spesso purtroppo anche molto visibili).  E oggi più che mai rappresentano una vera e propria emergenza, la cui gravità deve essere denunciata senza filtri, senza barriere e in tutta la sua cruda drammaticità. E’ incredibile e doloroso dirlo, ma la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 50 anni è proprio la violenza di genere. Non solo, ciò che sconvolge di più, come dimostra una recente ricerca ISTAT, è che la maggioranza dei casi di violenza si verifica in famiglia e nel 51% dei casi è il compagno stesso della donna a commettere violenza e solo il 6% è rappresentato da sconosciuti.

Si parla oggi sempre più spesso ormai di ‘femminicidio’ una parola che in un’unica sfera semantica di significato include e sintetizza l’annientamento identitario della donna, che spiega la pratica della sottomissione spinta molto spesso fino alla morte. La donna viene uccisa proprio perché donna, o perché non è la donna che l’uomo o la società vorrebbero che fosse.

Dazebao in occasione di questo 8 marzo ha voluto incontrare una donna che ha subito una violenza proprio in famiglia.
Si tratta di una storia emblematica, una storia come purtroppo ce ne sono tante. E’ quella di Liliya, una donna russa da dieci anni in Italia.
L’abbiamo incontrata al Pronto Soccorso del San Camillo dove uno sportello dedicato, gestito dalla cooperativa sociale Be Free, da tre anni fornisce ascolto, supporto psicologico, consulenza legale e non ultimo soluzioni alloggiative a donne con alle spalle situazioni davvero gravi e dolorose.
Lo sportello fino a qualche tempo fa era attivo 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno, rappresentando una realtà unica nel suo genere. Primo in Italia, quasi unico in Europa lo sportello si avvale della collaborazione di 7 operatrici esperte nell’accoglienza a donne e minori vittime di maltrattamenti. Oggi a causa della crisi economica e dei tagli da cui non è stato esulato, lo sportello è aperto dalle 10.00 alle 17.00. E’ un luogo che rappresenta innanzi tutto una sfida non solo professionale ma prima di tutto culturale, perché qui chi ha subito una violenza trova personale in grado di ascoltare, di riconoscere e di farsi carico di un problema spesso disconosciuto e molto spesso evitato.

Incontriamo Liliya e l’istinto è quello di lasciarla libera di raccontare la sua storia. E’ lei in un certo senso a condurre l’intervista.
Liliya,  comincia a parlare quasi in un flusso di coscienza e mentre racconta la sua storia con dovizia di particolari sembra ancora rivivere quegli attimi di frustrazione. Ha subito una violenza psicologica fatta di insulti ed umiliazioni quotidiane fino ad arrivare poi alla violenza fisica, che avrebbe potuto portarla addirittura alla morte. Questo tutto nell’arco di un anno di matrimonio.
Traspare una velata commozione negli occhi di Liliya. Non c’è però rabbia nelle sue parole, semmai si avvertono un profondo dolore e delle ferite incancellabili. Ciò che però colpisce è la consapevolezza di quanto le è accaduto,  e soprattuto la non vergogna di raccontare la sua verità. Questo grazie, come lei stessa vuole sottolineare, al supporto ricevuto dalle operatrici dello sportello che l’hanno seguita nel suo dramma e che sono riuscite soprattutto a farle elaborare la possibilità di un’esistenza differente e di un’alternativa alle relazioni violente. Liliya, oggi non ha ancora recuperato la fiducia negli uomini. Ma il miracolo c’è stato comunque:  è tornata a vivere.

 

IL VIDEO – Servizio di Rita Salvadei

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