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ROMA – Forse è rimasta l’unica soluzione per impedire ad una generazione di perpetrare ai danni delle generazioni che seguiranno ciò che è stato fatto ai danni della nostra ed ancor più della generazione che subito segue la nostra in campo previdenziale. L’unico sistema per garantire equità e giustizia.

Superare la funzione previdenziale dell’Inps con la sua riduzione a struttura meramente assistenziale.

Ciò si potrebbe ottenere, nel giro di pochi decenni, attraverso una progressiva riduzione della contribuzione versata dai datori di lavoro all’Inps ed una sua parziale sostituzione con versamenti effettuati su di un Conto Previdenziale Individuale che sia gestito in completa autonomia dal lavoratore.

I vantaggi maggiori si avrebbero proprio per i lavoratori i cui contributi sarebbero non solo gestiti da essi stessi ma nella loro effettiva disponibilità e costituirebbero un cespite ereditabile, anche se su questo punto sarebbe consigliabile la previsione di un trattamento fiscale ad hoc che lo sottoponga ad una tassazione ad esempio del 20 o del 25 per cento una tantum. In caso di premorienza o in caso di gestione saggia ed oculata si potrebbero quindi trasferire agli aventi diritto una oggettiva ricchezza, sempre con funzione previdenziale. L’ereditabilità dei contributi potrebbe essere limitata a genitori, coniuge e figli ma dovrebbe essere lasciata massima libertà alla divisione tra aventi diritto.

L’obiettivo principale di in tale rivolgimento sarebbe quello di un vero e proprio azzeramento della “questione pensionistica”. Il costo previdenziale diverrebbe infatti totalmente una partita corrente e non costituirebbe più un “debito” futuro.

Una volta che ogni datore avrà versato la contribuzione spettante al lavoratore, che potrebbe essere fissata intorno al 20 %, e la contribuzione all’INPS per le sue competenze residue, che potrebbe essere fissata al 7,50 %, non ci sarebbero infatti debiti intergenerazionali occulti.

Oltre alla maggiore equità ed alla maggiore sostenibilità, che sarebbero insiti nel sistema, si otterrebbe una buona riduzione del costo del lavoro, con ricadute positive nel campo occupazionale, visto che la contribuzione complessiva scenderebbe dal 33 per cento al 27,50, e si potrebbe anche ipotizzare l’aumento della contribuzione di competenza del lavoratore fino al 10 %, lasciando così a carico delle aziende appena il 17,50 per cento contro l’attuale 23,50 per cento. Tra i vantaggi per nulla secondari di un sistema siffatto ci sarebbe il completo azzeramento dei costi derivanti dalla pensione di reversibilità.

A regime, tra 50 o 60 anni, l’INPS continuerebbe a percepire una contribuzione che si potrebbe fissare in misura pari al 7,50 per cento dell’imponibile contributivo. Questi fondi verrebbero utilizzati per gli aspetti assistenziali dell’attività che l’istituto svolge già oggi, dalla CIG alla maternità, dalla inabilità alla invalidità. Resterebbe a carico dell’INPS la Pensione di Solidarietà, una sorta di assegno di ultima istanza  cui accederebbero i lavoratori particolarmente sfortunati nella gestione  dei loro fondi per cui agli ultra 75enni con un CPI inferiore a 50.000 euro, verrebbe assegnata una pensione pari a 10 euro mensili per ciascun anno di contributi versati.

Le tutele da dare ai lavoratori sarebbero in primis tutele da se stessi, con la previsione di alcuni limiti alla gestione. Le somme accantonate potranno infatti essere investite in valori mobiliari ma solo quotati su mercati ufficiali e senza l’utilizzo di leva finanziaria o di derivati.

La massa da investire sarebbe notevole e potrebbe portare beneficio anche alle aziende visto che i lavoratori tenderebbero ad investire una buona parte dei loro fondi in aziende ritenute serie e affidabili.

Una volta che il lavoratore abbia deciso di accedere a pensione comincerà a consumare i contributi accumulati sul suo CPI, i lavoratori potrebbero accedere al trattamento già dall’età di 50 anni, prelevando una somma massima pari ad un 40esimo del montante. Ogni anno di ritardo nel prelevamento ridurrà di una unità il denominatore. A 51 anni un 39 esimo, a 60 un 30esimo e così via.

Il rapporto di cui sopra, aggiornato dell’indice Istat, costituirebbe il limite massimo dei prelievi annuali e sarebbe un tetto, il limite massimo della pensione annuale, ma il lavoratore potrebbe prelevare anche meno o nulla.

Come trattamento fiscale, i versamenti obbligatori avrebbero il medesimo trattamento degli attuali contributi INPS, mentre eventuali versamenti aggiuntivi potrebbero godere delle facilitazioni fiscali previste per la previdenza integrativa, con i medesimi limiti.

Un capitolo particolarmente delicato sarebbe dedicato alla precisa e puntuale determinazione degli obblighi ricadenti in capo alle banche che decidessero di aderire a questo sistema. Le banche aderenti dovrebbero infatti rendere disponibili tipologie di conti correnti ad hoc, senza spese, con almeno un certo numero di operazioni annue su titoli gratuite, direi 12, conti sostanzialmente privi di spese ed esenti dai bolli.

Al momento in cui il lavoratore passerà dalla fase di accumulazione alla fase di prelevamento la banca avrebbe quindi il compito di comunicare il limite di prelevamento annuo e di aggiornare questo limite di anno in anno assicurandosi che esso venga rispettato. Ovviamente non sarebbe consentito il trasferimento verso altri conti, con natura non previdenziale, del lavoratore.

In realtà il punto più dolente sarebbe il periodo transitorio, che sarebbe particolarmente lungo ed interesserebbe i prossimi 40 o 50 anni, con i contributi versati dalle aziende che verrebbero progressivamente dirottati dall’INPS a questa nuova forma di previdenza. In una prima fase, ad esempio, l’azienda verserebbe il 30 per cento all’INPS ed il 2 per cento ai lavoratori. Dopo un periodo compreso tra i 4 ed i 6 anni si passerebbe a versare il 27,50 per cento all’INPS ed il  4 per cento al lavoratore e così via.

La pensione di competenza INPS, che già da ora viene calcolata per tutti con il metodo di calcolo contributivo, si abbasserebbe man mano che accedessero a pensione gli interessati dalla riforma ma verrebbe progressivamente sostituita dalla pensione derivante dal CPI.

Per alcuni tipi di lavoratori, come per chi come me è dipendente della Camera dei deputati, si potrebbe prevedere una sostituzione brutale già da oggi, “A far data dal 1° gennaio 2012 i dipendenti della Camera dei deputati non maturano alcun diritto a trattamento pensionistico, i loro contributi eccetera eccetera”.

Costerebbe subito una trentina di milioni di euro all’anno ma porterebbe ad azzerare il costo delle pensioni in relativamente pochi anni.

Ma come ho detto nel titolo, è solo la riforma pensionistica dei miei sogni.

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