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ROMA – Legge Tarzia, un nome e una lunga battaglia per le donne che non sono disponibili a trattare sul loro diritto di scegliere: 80000 firme, appena pochi mesi fa, per chiederne il ritiro, il ritiro di una legge che ha tra i suoi intenti quella di privatizzare i consultori della Regione Lazio, aprirli all’invasione di antropologi della famiglia, esperti di bioetica, chierici vari ed eventuali e associazioni dichiaratamente antiabortiste, quale ad esempio il Movimento per la vita.

Il personale sanitario impiegato, garanzia solitamente di laicità e imparzialità, ricoprirebbe un ruolo di secondo piano. La donna viene obbligata a sottoporsi all’iter di confronto con i soggetti di cui sopra, senza potersi rifiutare. Solo ed esclusivamente dopo tutto questo, se sopravvissuta, potrà prendere una decisione in modo autonomo. La legge non è stata ritirata, bensì si è riusciti solo a bloccarne l’iter, il quale stava andando avanti a tappe forzate, in barba al confronto e al dialogo. Ciò non toglie che l’interesse economico e le motivazioni etiche forti che ruotano intorno alla vicenda consultori fanno pensare che il governo regionale non si fermerà qui.

In Piemonte si è registrato un caso analogo: la “delibera Cota”, risalente anch’essa allo scorso anno, fa altrettanto, aprendo anch’essa ai movimenti cattolici e agli integralisti della vita ad ogni costo stanziando ben tre milioni di euro. In una Regione, tutto questo, in cui sostengono di non avere fondi per pagare le borse di studio agli studenti regolarmente vincitori.
L’aspetto che nel Lazio ,come in Piemonte, hanno volutamente tralasciato, è che i consultori andrebbero potenziati in termini di personale medico, in termini di orari di apertura al pubblico e di assistenza. Un’indagine dell’associazione Radicali Roma risalente a un paio d’anni fa, parlava addirittura di “consultori fantasma”, ovvero di consultori esistenti solo sulla carta. Senza contare, altro tasto dolente, le strutture in cui ci si rifiutava di prescrivere la pillola del giorno dopo. Il consultorio è un luogo dove una donna dovrebbe decidere serenamente e senza tentativi di condizionamento cosa fare della propria vita, dovrebbe avere tutto il sostegno necessario sia che decida di portare avanti la gravidanza sia che decida di interromperla. Le leggi sopracitate altro non sono che un inserimento di ulteriori ostacoli atti ad allontanare sempre di più la donna rispetto alla possibilità di autodeterminarsi liberamente.

Il particolare peggiore che riguarda non solo la legge Tarzia, ma in generale il dibattito attuale sull’aborto, è il fattore economico: nel ragionamento ottuso e limitato dei movimenti prolife e della politica ad essi prostrata la grande soluzione al problema delle interruzioni di gravidanza sono i soldi. Aiuti economici iniziali, cifre irrisorie che secondo gli antiabortisti sarebbero in grado di comprare la volontà di una donna e di farla desistere. Per tutte queste persone, un figlio si cresce solo ed esclusivamente coi soldi e solo con essi si evita un aborto. Eppure ci sono tante donne che abortiscono perchè semplicemente troppo giovani e impreparate ad un evento del genere; ci sono donne che rinunciano ad una gravidanza perchè un compagno non ce l’hanno già più e non se la sentono di affrontare la crescita di un figlio in solitudine. Ci sono donne che magari uno stipendio, anche se giovanissime, ce l’hanno. Ma  sanno perfettamente che la volontà di poter crescere bene un figlio non può dipendere solo dal proprio reddito. C’è, sicuramente, chi prende questa decisione per motivi fondamentalmente economici. Ma a questo punto continuano a non essere sufficienti le poche centinaia di euro promesse per i primi 12 mesi: sono i maggiori e migliori servizi, il vero bisogno di queste donne. Sono la certezza di non essere obbligate a firmare finte dimissioni poiché incinta, sono la garanzia che una volta tornate a lavorare sapranno dove lasciare il proprio figlio, che sia il nido aziendale o quello pubblico. Sono la possibilità, insomma, di un welfare migliore, fatto di corsi professionalizzanti gratuiti dedicati alle ragazze madri disoccupate o di altri supporti, non solo di tipo economico, che però ,attualmente, sembrano non essere in cima alle priorità di nessun governo.
No alla legge Tarzia, né al provvedimento Cota, né alla compravendita dei diritti:la volontà e il corpo delle donne non sono merce di scambio e non sono in vendita.

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