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ROMA. Ma come nasce un caso letterario? A volte, quasi dal nulla. Con una reazione a catena, un passaparola travolgente che parte dai lettori.

È questo il segreto di Carlos Ruiz Zafón – confessato all’Auditorium di Roma alla festa del libro –  che con il suo L’ombra del vento ha venduto otto milioni di copie, e ora ci riprova con Il prigioniero del cielo, tradotto e pubblicato in Italia da Mondadori. Lo scrittore catalano dice in Sala Petrassi: “Il primo brivido di successo, in realtà, l’ho provato a nove anni. Quando, con alcuni compagni di scuola, abbiamo deciso di mettere in piedi una rudimentale casa editrice: io scrivevo racconti di alieni, vampiri. Un altro li fotocopiava, e un altro ancora disegnava le copertine, piene di immagini sanguinolente. Infine, c’era l’addetto al marketing, che vendeva i racconti come un pazzo: praticamente obbligava i nostri compagni di scuola a comprarli. Alla fine i nostri testi sono arrivati fino ai vertici scolastici: un burocrate ne rimase disgustato e ci fece smettere. La prima censura”.

Uno scrittore è, prima di tutto, un lettore, racconta Zafòn: “Fin da piccolo leggevo tutti i libri che trovavo sottomano, tomi dell’Ottocento che sembravano delle Bibbie. È un vero prodigio pensare che con carta e inchiostro puoi creare personaggi, interi mondi: una magia. E allora mi sono detto: devo scoprire come si fa, perché è questo che voglio fare. Non ho mai fatto troppo caso alle linee divisorie tra i generi: ero un lettore onnivoro. E sono così anche come scrittore”.

Il momento in cui ti accorgi di essere diventato uno scrittore è unico, ricorda l’autore catalano: “La grande convalida arriva dagli estranei. Per me è stato con il primo libro: quando vedi il tuo nome stampato su un pezzo di carta, vivo, tangibile, beh, questo è un momento irripetibile”.

Da come nasce uno scrittore a come diventa un’icona: perché è questo che raffigurano i quadri dello scrittore romano Tommaso Pincio esposti al Garage. Pier Paolo Pasolini, George Orewll, Edgar Allan Poe, Franz Kafka, si susseguono sulla parete “cristallizzati” nella loro opera più celebre. C’è Vladimir Nabokov, sullo sfondo una giovane che legge un libro e la scritta “Mio peccato anima mia”. C’è l’autore della Metamorfosi, immerso nell’oro co nuno scarafaggio in mano (“Dunque era proprio una bestia, se la musica a tal punto lo affascinava?”). E poi, Jack Kerouac con una strada alle spalle che si perde nell’orizzonte. Fino all’autoritratto dell’autore che offre una chiave di lettura alla mostra: “Il ritratto è il genere pittorico più prossimo alla scrittura”.

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