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Immigrazione: servono protocolli internazionali per la tutela dei profughi

ROMA –  Lampedusa, la stagione degli sbarchi è nuovamente iniziata, grazie alle condizioni atmosferiche che sono attualmente idonee per affrontare il “viaggio della speranza”.

La recente sentenza della Corte europea dei diritti umani, che ha condannato senza eccezioni le politiche italiane anti-stranieri e in particolare i respingimenti, hanno indotto le istituzioni e le autorità del nostro paese a un ripensamento rispetto al passato, anche se non pare che la pausa invernale sia servita per mettere a punto protocolli di intervento umanitario efficaci.

Almeno il centro di primo soccorso e transito di Lampedusa è nuovamente funzionante, mentre  il ministero della Salute ha organizzato insieme alla Regione Sicilia e all’Istituto per la salute, le migrazioni e la povertà (Inmp), una task force formata da medici, personale sanitario e mediatori culturali, che avrà sede a Lampedusa e dovrebbe essere addestrata per fronteggiare le emergenze. Manca tuttavia, a livello internazionale, un programma di difesa dei rifugiati, un servizio di monitoraggio e soccorso attivo 24 ore su 24, in grado di evitare le ormai consuete tragedie del mare. I primi sbarchi, così, hanno già registrato cinque vittime, di cui nessun paese, nessuna organizzazione si assumono la minima responsabilità. Sono stati trovati su un gommone in deriva, a 70 miglia da Lampedusa, in mezzo a 52 compagni che sono invece sopravvissuti. Cinque bare sono allineate sul molo di Favaloro, a Lampedusa. Ma quanti altri esseri umani hanno già perso la vita durante la fuga dai paesi in crisi umanitaria o nelle acque del Mediterraneo? Quanti esseri umani sono stati fermati dalle autorità libiche – che comunque hanno sottoscritto un patto contro le migrazioni con il governo italiano – e gettati in carceri che somigliano a gironi infernali? Quante altre persone hanno trovato impossibile attraversare le terre di Libia e Tunisia, dirigendosi così verso l’Egitto – sognando di raggiungere Israele – per cadere nelle mani dei predoni del Sinai? La “rete” di collaborazione fra le nazioni esiste, ma è una rete fatta di repressione, persecuzione, negazione dei diritti umani. Nel frattempo, altre “carrette” sono in vista dell’isola pelagia, mentre Italia e Malta hanno già iniziato il loro “braccio di ferro” sulla pelle dei rifugiati, secondo il solito copione. 

Nonostante la storica sentenza della Corte europea dei diritti umani, le procedure internazionali di supporto ai rifugiati hanno subito un peggioramento quasi ovunque. Emblematica la situazione in Israele, dove centinaia di migranti subsahariani prigionieri dei predoni del Sinai – vittime di tratta, tortura, stupro – ricevono, quando raggiungono lo stato ebraico, dopo aver pagato pesanti riscatti, una condanna a tre anni di detenzione, seguiti dalla deportazione, dopo processi-farsa in àmbito militare. Secondo la legge gravemente lesiva dei diritti umani, approvata all’inizio di gennaio dal Knesset, anche gli attivisti umanitari che aiutano i profughi sono oggetto di persecuzione e rischiano ben 15 anni di prigione. Questo è lo scenario globale, che riconduce la civiltà dei diritti umani ad ere barbariche di “difesa delle frontiere”, nell’indifferenza delle grandi organizzazioni internazionali, nel silenzio mediatico e in un clima di persecuzione intorno ai difensori dei diritti umani che non si era mai visto prima. Sono ancora loro, comunque, gli attivisti umanitari, a limitare il numero dei morti e le tragedie legate all’esodo dei rifugiati da persecuzioni e guerre. Le ong New Generation Foundation for Human Rights (Arish, Egitto), America Team for Displaced Eritreans, EveryOne Group e Gandhi hanno ricevuto proprio ieri la conferma dell’inizio della più importante operazione contro il traffico di migranti ed organi umani mai avviata nel Sinai: una missione a cui la rete di organizzazioni per la tutela dei migranti subsahariani lavora da anni, a stretto contatto con la parte sana delle tribù beduine del Sinai. L’operazione coinvolge migliaia di beduini – guidati da Sheik Mohammed Ali, un capo beduino che da alcuni mesi è salutato come “eroe” dai rifugiati africani – e trecentocinquanta veicoli. L’attivista Hamdy Al-Azazy supervisiona gli aspetti umanitari dell’azione, che non prevede l’uso di armi: la task force, infatti, non ha con sé alcuna arma da fuoco. Scopo della missione è quella di entrare nei covi, guidando in essi le forze dell’ordine, per liberare i gruppi di rifugiati detenuti dai predoni, prestando loro la prima assistenza medica ed assicurando loro un giusto trattamento da parte delle autorità egiziane, secondo quanto prevedono gli accordi internazionali.

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