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Fino al 10 giugno alle Scuderie del Quirinale la mostra ‘Tintoretto’ curata da Vittorio Sgarbi.

La rassegna monografica di quello che è stato venerato come l’ultimo dei grandi maestri del Cinquecento, e che non a caso è stato definito dal Vasari ‘il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura’ si incentra su tre temi: il tema religioso, il tema mitologico e il ritratto.

 

Di Jacopo Robusti (1518-1594) detto il Tintoretto non si hanno molti dati biografici, anzi questi sono davvero molto scarni. Ciò che caratterizza essenzialmente la sua vita però è la sua indubbia ascesa sociale, da figlio di artigiano (suo padre era un tintore, da qui il soprannome) a pittore di gran fama della Serenissima.

 

Tintoretto visse interamente nella sua Venezia potente, orgogliosa e temuta,  ma questo non gli impedì di affinare una tecnica pittorica in grado di varcare i confini di Venezia e in cui gli echi dell’esperienza coloristica di Tiziano (suo maestro) riescono perfettamente a convivere con le influenze della scuola tosco-romana. Dopo la lezione impartita da Tiziano, Tintoretto sceglie da autodidatta i suoi maestri e guarda dapprima ai veneti della generazione precedente  e poi alla tradizione disegnativa di Michelangelo, Rafffaello, Giulio Romano e alla ‘maniera’ del Parmigianino. Da qui scaturiscono le brusche torsioni dei corpi, gli scorci arditi, il senso plastico-monumentale che infonde alle sue grandi tele una forte intonazione drammatica. La propensione luministica, gioca poi un ruolo fondamentale ed essenziale nel modellare la scena ed accentuare ancor più l’effetto teatrale e spettacolare che diviene la cifra stilistica imprescindibile del Tintoretto.  La luce, infatti, miracolosa ed irreale investe sempre architetture e figure e conferisce alle rappresentazioni l’effetto di un totale coinvolgimento emozionale dello spettatore. Tintoretto non si propone di ricostruire un fatto, ma di rappresentarlo in modo che produca determinati effetti nell’animo di chi guarda. Da qui il ricorso alla ‘messa in scena’, fino alla creazione di rappresentazioni visionarie agitate, tormentate da cui scaturisce un dramma teatrale in grado di generare pathos. Ecco allora che l’emozione visiva è istantanea.

 

La mostra apre con un ritratto del pittore da giovane, lieve e spavaldo e prosegue immediatamente con le grandi tele tra cui ‘Il Miracolo dello schiavo’ che permette al Tintoretto di balzare all’onore delle cronache, anche perché la sua arte sta maturando in un momento di crisi linguistica della pittura veneziana.

Il suo nome  comincia  a circolare e la sua fama giunge addirittura a preoccupare Tiziano, fino a quel momento unico vero dominatore della scena pittorica veneziana. Tuttavia le sue sperimentazioni, le inquadrature inedite, il virtuosismo prospettico, le pennellate veloci e ruvide, la libertà e la spettacolarità con cui tratta alcuni soggetti dell’iconografia tradizionale,  suscitano non poche perplessità ed incomprensioni nella Venezia dell’epoca.

 

Tintoretto dipinge per le grandi Scuole di Venezia ma anche per le più piccole, a Venezia ce ne sono infatti più di cento. Vuole essere il pittore di tutti e ciò che vuole più di ogni altra cosa è solo dipingere, e in questo suo costante impulso a dipingere è implicita la volontà di superamento di sé. Dipinge quindi tantissimo, dipinge più di tutti i pittori del suo tempo, dipinge perlopiù per commissione e spesso utilizza modalità a dir poco discutibili pur di procurasi il lavoro. Non rispetta precedenze, gerarchie, né si pone troppi scrupoli nel manipolare un concorso o nel dipingere gratis, pur di ‘dipingere’ e scalzare ogni suo eventuale rivale.

 

Col passare del tempo gli vengono offerti spazi sempre più prestigiosi fino a divenire ritrattista del doge. Da ritrattista dipinge centinaia di quadri, ritrae soprattutto personaggi di spicco della Serenissima da cui spera di ottenere sostegno e pubblicità. E’ abilissimo, è veloce ed immediato, usa una gamma cromatica austera, pochi orpelli. Dipinge quasi sempre uomini, e solo raramente donne ma riesce sempre a cogliere i personaggi nell’attimo in cui sul loro volto trascorre un’emozione o un elemento che riveli in qualche modo la loro interiorità e la loro verità intima.

 

Passa con estrema facilità dai temi sacri a quelli profani, ai temi mitologici, commissionati sempre da privati. In realtà non dipinge tanti soggetti profani, pochi anche i nudi femminili. Qui esposta in mostra la celebre ‘Susanna e i vecchioni’, una interpretazione profana, sensuale e ‘romanzesca’ di un tema in realtà biblico, in cui la luce diffusa conferisce all’immagine un tempo differente e molto meno drammatico rispetto a tanti altri dipinti del Tintoretto.

 

Negli ultimi anni della sua vita lavora meno, molte opere sono realizzate dagli allievi della bottega anche se il Maestro lascerà sempre traccia del suo pennello in ogni tela. La bottega sopravviverà fino alla morte dei suoi figli Domenico e Ottavia.

 

L’esposizione come si era aperta si chiude con un altro autoritratto, questa volta però quello senile, grave e magnetico di un uomo giunto al termine del suo cammino da cui traspare non più lo sguardo fiero e spavaldo della giovinezza ma solo un velo di tristezza.

 

Nel mezzo tra i due ritratti, tutta una vita, un’arte, sicuramente tumultuosa, inquieta ma sempre appassionata.

 

Tintoretto

Scuderie del Quirinale

25 febbraio – 10 giugno 2012

Biglietti

Intero € 10,00

Ridotto € 8,50

 

Informazioni

Tel. 06 39967500

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