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Si smantella l’art.18 e sulla precarietà si fa un operazione di maquillage

 

ROMA- Alla strada che si sta percorrendo verso lo smantellamento dell’art.18, USB risponde chiaramente: “Abbrogare la precarietà, impedire i licenziamenti, lottare per riconquistare i diritti”

Il presidio di ieri a Montecitorio, organizzato dal sindacalismo di base, mentre era in atto la discussione sulla riforma del lavoro, ha rappresentato una chiara risposta allo smantellamento dell’art.18.

“Dopo aver stravolto la struttura del diritto alla pensione, facendolo diventare un miraggio, il Governo Monti interviene pesantemente sugli ammortizzatori sociali e sulla forma contrattuale”, dichiara Pierpaolo Leonardi, dell’Esecutivo nazionale USB. “Scompare la cassa integrazione straordinaria in caso di chiusura azienda e scompare la mobilità, e quindi la riduzione della tutela in caso di licenziamenti collettivi, che passa di fatto da quattro anni ad un anno, sostituita da una fantomatica ASPI (assicurazione sociale per l’impiego), probabilmente finanziata anche dagli stessi lavoratori, con un tetto massimo di 1.119 Euro lordi, riducibili dopo sei mesi e poi ancora ulteriormente riducibili, e così via”.  

 “Sulla riforma dei contratti –  prosegue Leonardi – non vengono cancellati né il pacchetto Treu né la Legge 30, queste sì norme da far scomparire, che hanno introdotto ed incistato la precarietà in tutte le pieghe della società,  ma si fa una operazione di maquillage sui tempi determinati e sulle partite IVA improprie. Almeno questo è ciò che si capisce ad oggi dalle notizie di stampa, perché un testo vero e proprio non c’è ancora e le sorprese potrebbero non essere finite qui”.

“A questo punto – osserva il dirigente USB – quando è evidente che la precarietà continuerà a farla da padrone nel nostro ordinamento e nelle nostre vite e che le imprese avranno il completo dominio sul lavoro grazie all’acquiescenza di tutti, sindacati e forze politiche,  e con grande soddisfazione dei rappresentanti del capitale e degli interessi del mercato, si decide di manomettere, per farla scomparire, la normativa che fino ad oggi ha tutelato i lavoratori dai licenziamenti discriminatori ed illegittimi. L’art. 18. non c’entra nulla con la trattativa, non è materia di strumentazione contrattuale, non è materia di ammortizzatori sociali, è solo lo scalpo che deve stare a dimostrare che la vittoria è totale, senza via d’uscita, che non c’è modo di far tornare in vita il morto”.

   

“E qui viene il bello – sottolinea Leonardi   – Alcuni di quelli invitati alla trattativa decidono che tanto vale farsi anche scalpare; altri strillano perché ciò non avvenga, senza rendersi conto che sono già stati uccisi. La forma con cui si è per il momento concluso il giro di valzer della trattativa (la stesura di un verbale che registra le posizioni invece del classico accordo fra le parti) certifica la definitiva uscita da destra dalla concertazione e la fine del ruolo dei corpi intermedi sociali di cui il capitale e la borghesia oggi vorrebbero fare definitivamente a meno, relegandoli, bontà loro, al ruolo, comunque economicamente remunerativo, di amministratori dell’enorme contenzioso che si produrrà con queste norme”.

“Ovviamente ben vengano le resistenze – conclude Leonardi – ben venga il fatto che non tutti a quel tavolo hanno accettato anche di farsi scalpare. A noi però sembra, ovviamente, del tutto insufficiente. Se lottare si deve, lo si faccia con la maggiore forza ed unità possibile per ribaltare la logica secondo cui il lavoro non è più un diritto, come già la pensione, il salario, la casa, la salute, l’istruzione, i beni comuni, ma un generoso lascito del capitale di cui diventa definitivamente variabile dipendente. Non basta lottare per lo scalpo, bisogna lottare per sconfiggere questa tendenza e riconquistare diritti”.

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