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ROMA – Alfano e Marcegaglia, Pdl e Confindustria in  piena sintonia, blindano le misure previste dal governo  per manomettere e togliere ogni significato all’articolo 18.

Le dichiarazioni si susseguono in un crescendo. Alfano attacca Bersani  usa un tono offensivo, arrogante. Il solo fatto che abbia annunciato la presentazione di emendamenti al testo che il governo presenterà in Parlamento a meno che, nel frattempo, l’ultimo incontro con le parti sociali porti a rivedere in particolare le proposte sui licenziamenti individuali, inaccettabili, dice Bersani. Marcegaglia, che  il 23 maggio lascerà il posto al neo designato Squinzi, richiama Monti. Dice che il premier ha affermato di considerare chiusa la partita che riguarda l’articolo 18 e così deve essere. Niente indebolimento, niente reintegro. Altrimenti non firmiamo.  E’ in questo clima che si surriscalda che si consumano le ore che precedono l’allestimento dell’ultimo “tavolo”, quasi l’ultima cena. Il fatto che venga trasferito dalla sede del ministero del Lavoro a palazzo Chigi e che Monti sia presente lascia sperare che il confronto si possa riaprire.

Bonanni. Anche noi vogliamo cambiare le norme sui licenziamenti

E’ ottimista il segretario generale della Cisl che ha rivisto le posizioni dopo aver ascoltato Bersani a “Porta a Porta”. Dice:”Anche noi vogliamo cambiare la norma. È quello su cui ci stiamo impegnando in queste ore. Anche noi vogliamo il modello tedesco. Speriamo che con il sostegno del Pd, lo otterremo e chiariremo tutti insieme ai lavoratori la bontà delle soluzioni che abbiamo trovato”.  Il segretario generale della Uil   aveva già smentito Monti  quando aveva detto che sarebbe stato d’accordo con le proposte del governo. Angeletti aveva detto infatti che per  “dare un giudizio positivo occorrevano modifiche”.  Dissenso anche da parte dell’Ugl che chiede modificheC’era un’aria di cauto ottimismo fra i sindacalisti che si apprestavano a fare ingresso a Palazzo Chigi. Si aspettavano che Monti confermasse, come aveva fatto a brutto muso nei confronti della Cgil, che non accettava veti. Ma il cauto ottimismo durava solo lo spazio di qualche ora. Monti aveva deciso di partecipare direttamente all’incontro proprio per dare maggior peso al fatto che non intendeva modificare di una virgola il testo preparato per manomettere l’articolo18. Prima in modo ufficioso poi da Palazzo Chigi arrivava l’imprimatur:”

Il governo non cambia idea sull’articolo 18 in materia di licenziamenti economici: per questa fattispecie non ci sarà la possibilità di reintegro, ma solo quella di indennizzo. Così come previsto nella proposta presentata   alle parti sociali”.  Al più, assicurava, svolgeremo una attenta vigilanza perché gli imprenditori non se ne approfittino. Davvero incredibile che un “tecnico”, un professore di così lunga esperienza faccia affermazioni che, ovviamente, non hanno alcun fondamento. Insomma Monti  intende portare  con se lo “ scalpo” dell’articolo 18 nel suo tour in Asia, offrendo a possibili imprenditori un incentivo: che possono licenziare quando vogliono. Magari nei loro paesi qualche vincolo  c’è .

La Cei: il lavoratore non è una merce

Si risente anche la Cei che lancia un allarme affermando che “Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio” dice  monsignor Giancarlo Bregantini, capo-commissione Cei per il Lavoro. Sulla riforma  ritiene che”servivano più tempo e più dialogo. In politica – dice a Famiglia Cristiana – l’aspetto tecnico sta diventando prevalente sull’aspetto etico. La modalità con cui è ipotizzato il licenziamento economico potrebbe rivelarsi infausta. Nemmeno il giudice può intervenire ed é facilissimo che si arrivi in tutto il Paese a un clima di paura generalizzata”. Monsignor Bregantini si dice “dispiaciuto” nel vedere la Cgil “lasciata fuori da questa riforma. Un fatto che viene quasi dato come scontato, quasi che il primo sindacato italiano per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro”. Parole che fanno dire a Rosy Bindi, presidente dell’assemblea del Pd: “Grazie per averci ricordato che il lavoratore non è una merce e che le riforme richiedono tempo e l’accordo di tutti. Una presa di posizione che suona come lezione al “molto cattolico Monti”. Ma il premier ormai non sente ragioni.

Ancora una volta una recita del ministro Fornero

L’incontro “decisivo” si è risolto in un  niente.  Ancora una volta parole da parte di Fornero, una lunga litania di cose dette e ridette. In conferenza stampa usa un linguaggio tutto suo. Per quanto riguarda l’iter legislativo parla di “veicolo normativo”, poi perde il filo tanto è logorroica.   Legge l’indice di un documento, lo definisce  di “policy “, tradotto per i comuni mortali si dovrebbe dire di gestione,che sarà la base operativa  per il Consiglio dei ministri. Una pagina e mezzo con al punto £ l’articolo 18. Cerca anche di fare battute spiritose. Non ci riesce.Tutto è ancora affidato a dichiarazioni,assicurazioni, proposte avanzate, poi precisate, spesso ritirate.  Sarà il consiglio dei ministri stamani, venerdì, a predisporre il testo ufficiale della cosiddetta riforma del mercato del lavoro. Sempre nel consiglio  dei ministri dovrebbe essere deciso quale strumento legislativo verrà usato. “Lo dirà, quando vorrà , il premier, annuncia Fornero.In discussione c’è anche la possibilità che il governo voglia presentare un decreto su  cui poi apporre la fiducia e blindare così il provvedimento. Stefano Fassina, della segreteria del Pd, ritiene che  una decisione in tal senso sia perfino “ impensabile “ . “Non accettiamo-afferma- che Monti ci dica “ prendere o lasciare. Noi presenteremo emendamenti che riteniamo necessari a partire per ripristinare dall’articolo 18 e anche su akltre parti che riteniamo devono essere migliorate”. Riferendosi al dibattito nel Pd, Fassina sottolinea che le “ posizioni espresse da Bersani sono largamente condivise”. Interviene anche il vi segretario del Pd, Enrico Letta, che non nasconde il suo consenso alla riforma “montiana”, pur dichiarando che si possono apportare miglioramenti.   “Occorre lavorare per trovare compromessi sull’articolo 18 in Parlamento, superare lo stallo con il sindacato  -afferma-e preservare l’unità del partito. È necessario farlo perché se collassa il Pd collassa anche il governo. Per far funzionare questo “strano” esperimento, il Partito democratico deve rimanere un pilastro dell’unità”. Di Pietro si fa ancora sentire, parla di”’atto arrogante di prepotenza del nuovo padrone, sobrio, ma sempre padrone. “Monti che fa Berlusconi” o fa un passo indietro “con umiltà o deve fare le valigie e andare a casa”.

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