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I figli dell’articolo 18

ROMA – Se vi state chiedendo a cosa serva, in fondo, questo celebre Articolo 18 allora vi racconto una storia.

Fino alla seconda metà degli anni 90 del secolo scorso in provincia di Caserta c’era una grande azienda, i suoi molteplici campi di attività l’avevano resa piuttosto famosa in tutta la penisola e il fatturato contato in decine di miliardi l’avevano trasformata nel principale motore economico della provincia.
Un giorno, era di gennaio, l’azienda smise di pagare gli stipendi ai propri dipendenti, la crisi mordeva ed i dipendenti avrebbero dovuto pazientare.
E i dipendenti pazientarono, pazientarono per mesi. A Pasqua pazientarono e pazientarono anche per il ponte del 1° maggio.
Arrivò l’estate che ancora pazientavano.

A settembre però il titolare dell’azienda tornò in ufficio con una macchina nuova, per carità non una sportiva blasonata, una semplice berlina di produzione nazionale.
Ma fu abbastanza perché un ragazzino che lavorava in quella ditta si facesse girare le scatole.
“Ma come, questo si compra la macchina nuova con i soldi miei?” Fu la domanda che pose ai colleghi, e i colleghi, pazienti più di lui, gli risposero che in fondo i soldi erano dell’imprenditore, che gli ormai nove o dieci stipendi arretrati li avrebbe pagati quando avrebbe potuto e voluto, che a Caserta non c’era lavoro e bisognava essere felici di lavorare, anche gratis, per una grande azienda.
“Questo lo vedremo” fu l’unica risposta che il ragazzino fu capace di dare.
La sera stessa si recò nello studio di un avvocato lavorista a illustrare la situazione e a chiedere cosa fosse possibile fare.
Per il decreto ingiuntivo ci vollero solo poche settimane ma in quelle poche settimane il destino dell’azienda era stato segnato, si attendeva solo la dichiarazione del Tribunale competente per andare tutti a casa e cercare un nuovo lavoro; alle famiglie, almeno per un po’, ci avrebbe pensato l’assegno di cassa integrazione.
Poi venne un venerdì in cui il ragazzo venne chiamato dal Direttore Generale. “Vedo che ha posta” disse all’ingegnere vedendo il decreto ingiuntivo con i bolli del Tribunale sulla scrivania. “Anche per te c’è posta” rispose il dirigente consegnandogli la lettera di licenziamento.

“Ma che ti aspettavi quando sei andato dall’avvocato, qualcosa di diverso da questo?”
Dopo pochi giorni la dotta fallì e tutti i dipendenti andarono in cassa integrazione, anzi quasi tutti perché il ragazzo che aveva chiesto i soldi no, lui era stato licenziato prima e quindi lui no.
Dopo pochi mesi però avvenne il miracolo ed un giudice sorridente si chiese come mai la data di notifica del decreto ingiuntivo e la data della lettera di licenziamento fossero uguali.
Il ragazzo venne reintegrato al posto di lavoro, il licenziamento annullato e, di conseguenza, il ragazzo potè accedere al trattamento di cassa integrazione.
Se la storia finisse qui sarebbe significativa, esemplificativa di come talvolta, anche in presenza di un limite di legge, un datore di lavoro si può far prendere la mano dalla situazione e assumere decisioni avventate, ingiuste e con gravi conseguenze per il futuro delle persone.

Ma la storia del ragazzo continuò e dopo pochi anni partecipò ad un concorso importante, per la sola partecipazione a questo concorso veniva richiesto un po’ di tutto, un voto minimo al diploma e l’iscrizione all’albo professionale, cosa quest’ultima che il ragazzo non aveva. In alternativa all’iscrizione all’Albo occorreva dimostrare di aver svolto la professione di ragioniere per almeno tre anni nei cinque precedenti. E che sorpresa quando facendo i conti il ragazzo scoprì che lui era titolato per la partecipazione a quel concorso grazie a quel periodo di cassa integrazione, periodo che gli era stato riconosciuto solo ed esclusivamente grazie al celebre Articolo 18.
Quel ragazzo, come credo sia chiaro a tutti, era chi vi scrive ed il concorso era quello da ragioniere alla Camera dei deputati e vi confesso che quando arrivò il telegramma da Montecitorio con la comunicazione dell’assunzione per me fu un piacere immenso comunicarlo al mio datore di lavoro dell’epoca.

“Ragioniere, ma allora ha deciso che se ne va?”
“Si Professore, ho deciso di accettare”
“Se non possiamo fermarla allora in bocca al lupo, posso almeno sapere perché ha deciso di andare?
“A volerla dire tutta se oggi sono qui a darle le mie dimissioni è un po’ anche colpa sua che certe cose le ha scritte, a cominciare dall’articolo 18, in bocca al lupo anche a lei, Professor Giugni”

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