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Muore sul lavoro. Dopo 10 anni reato prescritto. La lettera del figlio

ROMA – E’ una telefonata disperata quella di Rosario D’amico:suo padre Antonio D’Amico morì il 6 Marzo del 2002 allo Stabilimento Fiat di Pomigliano D’arco, schiacciato da un muletto guidato da un precario.        Giovedì 22 marzo 2012 è stata emessa la sentenza che ha prescritto il reato . Così la morte di Antonio D’amico resta impunita: insomma l’ennesimo scandalo.

Oggi Rosario è stato pure emarginato dalla Fiat, la stessa azienda dove lavorava il padre. E’ stato messo in un capannone “confino”, se così possiamo definirlo, che si chiama Fiat Logistic. In questo capannone ci stanno circa 300, tutti lavoratori iscritti fiom, slai cobas, e tutte queste persone sono rigorosamente in cassaintegrazione. Rosario è in cassa integrazione da ben 4 anni.

In questi giorni in cui parla fortemente di riduzione dei diritti (smantellamento dell’articolo 18), i mezzi d’informazione stanno perdendo di vista una notizia importante, cioè che un lavoratore possa morire sul lavoro e che nessuno paghi per la sua morte. Dove è finita la giustizia? è la domanda che sorger spontanea. Rosario afferma che questo genere di reato doveva dichiararsi prescritto dopo 15 anni, invece è stato dichiarato prescritto dopo 10.
Un’ ingiustizia che uccide Antonio una seconda volta.

Questa chge segue è la lettera disperata di Rosario, che non vuole arrendersi a questo stato di cose

LA LETTERA

Buongiorno,mi chiamo Rosario D’Amico e Le scrivo da San Giorgio a Cremano (Na).
Le scrivo con la speranza di trovare la voce giusta per far ascoltare le mie grida di dolore. La storia che Le racconto vede come protagonista un uomo semplice, che ha lasciato nel mio cuore e nei cuori di tutta la famiglia, tanti insegnamenti ricchi di bellissimi valori e di tanta onestà.
Questo eroe senza medaglia è mio padre D’amico Antonio una vittima sul lavoro.Nel marzo del 2002 alle ore 6.30 nello Stabilimento Fiat di Pomigliano D’arco, quella maledetta mattina è stato travolto dal muletto violentemente, come descrive la dottoressa Castaldo nell’esame autoptico.
Un carrello guidato da un operaio con contratto a scadenza, quindi privo di ogni diritto lavorativo.Dopo l’incidente ci siamo affidati alla giustizia, volevamo giustizia. Purtroppo la giustizia non esiste, nell’aula 5 della Corte di Appello di
Napoli il giudice prescrive il reato, dopo aver rinviato anche lui tre volte le udienze: dopo il danno, la beffa.
Ci siamo sentiti trattati male, la polizia ci ha circondato e noi senza dire una parola ,ma increduli cercavamo di capire. Il reato è prescritto?!  Ma come, nessuno ha mai parlato di prescrizione nè il pm, nè gli avvocati della controparte. Avrei tante cose da dire ,ma in questa semplice email vi chiedo aiuto. Mio padre non può finire cosi! Vi chiedo di far sapere all’opinione pubblica la mia storia fatta di vera ingiustizia.
Aiutatemi…..vi prego.
Cordiali saluti.
Rosario D’Amico

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