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Pena di morte per Bo Xilai? I messaggi subliminali del People’s Daily

PECHINO (Corrispondente) –  Deposto dall’incarico di segretario di Chongqing, espulso dal Comitato centrale del Partito e dal Politburo, ora anche condannato alla pena di morte? Nuove nubi si addensano sul futuro a tinte fosche di Bo Xilai e questa volta sono i messaggi sibillini del People’s Daily, voce ufficiale di Zhongnanhai, a dare adito a nuove supposizioni.

In prima pagina un articolo, di poco defilato in basso a destra e firmato Ma Yong, menziona il caso di due funzionari che nel lontano 1952 vennero messi a morte con l’accusa di corruzione.
 
“Dalla gestione risoluta dei casi di corruzione che hanno coinvolto Liu Qingshan e Zhang Zishan al tempo della fondazione della nuova Cina, sino ad una serie di casi di investigazione su violazioni della legge o della disciplina del Partito a partire dal 16esimo Congresso del Partito…ci siamo posti l’obiettivo di costruire un Partito pulito, di risolvere in modo coerente i problemi interni al fine di conquistare la fiducia e il supporto del popolo” scriveva il People’s Daily in data 15 aprile.
 
Liu e Zhang, entrambi veterani distintisi durante la guerra civile e il conflitto sino-giapponese, sono stati giustiziati nel 1952 con l’accusa di corruzione per il loro operato durante il breve periodo in cui mantennero la carica di segretari di Tianjin.
Un aneddoto, spesso citato dai media della Cina continentale, racconta come a nulla fossero valse le pressioni esercitate da alcuni funzionari per un alleggerimento della pena contro la determinazione di Mao Zedong. Data la loro posizione elevata, il loro significativo contributo e l’ampia influenza esercitata, “solo con la loro esecuzione potremmo salvare 20, 200, 2000 e 20.000 altri quadri che hanno commesso a loro volta errori”, ribatte’ il Grande Timoniere.
 
E sebbene il quotidiano del Partito si sia ben guardato dal pronunciare il nome dell’ex uomo forte di Chongqing, la tempistica del pezzo di Ma Yong non e’ sfuggita ai molti osservatori che da mesi passano al setaccio la stampa nazionale in circa di preziosi dettagli sul “caso Bo Xilai”.
A destare qualche sospetto e’ stato quel riferimento tirato, ripescato tra le pieghe della storia, quando un passato piu’ recente avrebbe potuto fornire le storie esemplari dei due Chen finiti nelle maglie della giustizia per crimini economici. Chen Xitong, ex capo di Pechino, nel 1998 fu condannato a 16 anni di reclusione con l’accusa di corruzione e omissione di doveri d’ufficio, mentre nel 2008 Chen Liangyu, suo omologo nella metropoli di Shanghai, fece una fine analoga (18 anni per lui) per abuso di potere e per aver accettato tangenti.
 
D’altra parte l’articolo del People’s Daily si inserisce sulla scia dei recenti appelli dei leader cinesi volti a mettere in guardia dalle insidie della corruzione, principale spauracchio di Pechino. “La corruzione è la minaccia più grave per il Partito di governo – aveva dichiarato Wen Jiabao in un intervento pubblicato sul sito web del governo alla fine di marzo – e se la questione non verrà affrontata in maniera appropriata, la natura del potere potrebbe cambiare. Questa è la principale sfida che ci troviamo ad affrontare”.
 
Sebbene secondo la legge cinese la corruzione possa essere punita con la pena di morte, negli ultimi anni raramente e’ stata applicata la pena capitale a reati esclusivamente di natura economica. Ma nel caso di Bo Xilai la possibile implicazione nell’omicidio del businessmen britannico Neil Heywood -per il quale e’ al momento indagata la moglie Gu Kailai- sarebbe un aggravante sufficiente a motivare una sentenza senza pieta’. Tanto piu’ che il Chongqing Daily, megafono del governo della megalopoli del Sichuan, pochi giorni fa ha reso noto che l’ex segretario potrebbe effettivamente affrontare “accuse penali”.
 
Un’ipotesi che non convince Zhang Lifan, ex dell’Accademia cinese delle scienze sociali, il quale ha sottolineato come condannare alla pena di morte quello che e’ considerato il maggior esponente della nuova sinistra getterebbe nel caos i piani alti della macchina governativa cinese a pochi mesi dal 18esimo Congresso del Partito, evento spartiacque nell’agenda politica nazionale che sancirà il passaggio del potere ai leader della quinta generazione.

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