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Cina. Scandalo della gelatina costa il posto all’anchorman della CCTV

PECHINO – (dal corrispondente) – Un’altra storia di scandali alimentari, censura del web e teste che cadono. Succede in Cina, dove Zhao Pu, famoso anchorman della China Central Television (CCTV), è stato sospeso dal suo programma dopo aver pubblicato su Weibo -sorta di Twitter in salsa di soia-  messaggi di avvertimento contro l’assunzione di yogurt solido.

Il 9 aprile scorso Zhao aveva portato all’attenzione del web la preoccupazione circa l’utilizzo da parte di alcune compagnie cinesi di gelatina industriale nella produzione di yogurt e capsule, altamente pericolosa sopratutto per i bambini. In seguito alla richiesta di ulteriori chiarimenti, il giornalista televisivo si era limitato a spiegare che “è come se un giorno gettassi via un paio di scarpe vecchie e poi te le ritrovassi nello stomaco”.

Di oggi la notizia battuta da China Business Watch della scomparsa dal piccolo schermo di Zhao, il quale avrebbe incassato senza controbattere la purga della CCTV. Ma c’è chi teme che l’incauto giornalista sia stato spedito in qualche campo di lavoro a scontare le sue colpe.

Wang Sijing, giornalista di 21st Century Business Herald- che ha chiesto spiegazioni allo staff della televisione di stato cinese- ha fatto sapere che il conduttore televisivo non sarebbe stato sospeso dal suo incarico ma solo criticato da una circolare interna e che al momento si troverebbe “in vacanza”. Ma non serve avere buona memoria per ricordare che solo pochi mesi fa la stessa debole giustificazione del “congedo per ferie” era stata sfoderata dall’amministrazione cinese all’inizio del “caso Wang Lijun” per sedare le voci sulla sparizione del superpoliziotto. Una mossa poco accorta delle autorità che al tempo innescò il ritwittaggio a catena della dichiarazione ufficiale, rendendola un topic della rete. Cosa accadrà questa volta?

Il siluramento di Zhao, come da previsione, ha già suscitato forti critiche. Zhang Zhi’an professore associato di scienze delle comunicazioni presso la Sun Yat-Sen University ha affermato che “i sostenitori dell’anchorman hanno dichiarato che è dovere di un giornalista portare alla luce notizie urgenti che mettono a repentaglio gli interessi pubblici. Ma coloro che hanno sollevato la questione hanno fatto notare che non è opportuno rivelare le informazioni privatamente prima dei giornalisti che hanno seguito le indagini. Ciò rischia di ostacolare l’approfondimento della questione e di minare le regole interne all’organizzazione dei media, senza contare che un messaggio vago può suscitare facilmente il panico”.
“Il pubblico e l’ interesse pubblico non sono una cosa astratta” ha invece commentato Zhang Lifen, redattore di FT Chinese. “Zhao Pu ha rivelato lo scandalo della gelatina per il bene dell’interesse pubblico che è il principio alla base della professionalità di un giornalista. Tirando fuori la storia dell’organizzazione interna degli organi d’informazione si rischia di deviare dalla retta via. Ma questo importa meno a chi paga i salari”.

Ha, invece, invitato alla cautela Yang Jiang, del Xinmin Weekly Daily, sottolineando la necessità di riportare i nomi delle società implicate e le relative prove. “E’ inopportuno rilasciare informazioni che riguardano un intero settore. Zhao dovrebbe essere più cauto”. Il commento di Yang è stato ripreso il 9 aprile stesso dal Global Times, tabloid del Partito comunista cinese.

D’altra parte il conduttore della CCTV non sarebbe certo il primo giornalista a fare una brutta fine per aver diffuso rumors. Proprio lo scorso settembre Li Xiang, reporter della Luoyang TV era stato freddato nei pressi della sua abitazione con 10 colpi di arma da taglio. Un caso semplicissimo per la polizia locale che data la sparizione di portafogli, telecamera e portatile aveva potuto archiviare il tutto, avanzando il movente del semplice furto. E dopo due giorni i presunti colpevoli erano già in manette: Li Junzhao e Zhang Xiaobo, due giovani disoccupati che, secondo le autorità, “con la vittima non avevano nulla a che fare”. Forse, eppure qualcosa destò molti sospetti tra l’opinione pubblica, un particolare che non passò inosservato ai più: il reporter televisivo stava seguendo molto attivamente la questione degli scandali relativi alla vendita e al riutilizzo di olio di scolo, rilavorato e infine “magicamente” trasformato in olio da cucina, nonostante l’alta tossicità. Un giro di riciclo che si aggirava intorno ai 2 milioni di tonnellate e che avrebbe avuto come basi operative le provincie dello Shandong, Henan e Zhejiang.

Un ennesimo scandalo alimentare per il Dragone che ormai per salvare la faccia farebbe di tutto. Anche uccidere? Il popolo di internet sembrò non avere dubbi: la morte di Li, che sul suo blog aveva fatto il nome di un’azienda locale invischiata nel business dell’olio, era strettamente legata alle sue denunce.

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