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Le nuove BR restano in carcere. I brigatisti invocano la rivoluzione. Sgomberata l’aula

MILANO – Restano in carcere i sette imputati detenuti nell’ambito del processo sulle cosiddette Nuove Brigate Rosse,  arrestati nel 2007 nel corso dell’operazione  Tramonto, perchè, secondo l’accusa, stavano preparando una serie di attentati, fra cui anche un’azione contro il giuslavorista Pietro Ichino.

Lo hanno deciso i giudici della seconda corte d’assise d’appello di Milano,  presieduta da Anna Conforti, che hanno respinto le istanze di scarcerazione delle difese, le quali hanno invocato la decadenza dei termini di custodia cautelare perchè, a loro dire, «la detenzione non ha più senso» dato che la Cassazione ha annullato nelle scorse settimane le condanne.
Non sono mancati momenti di tensione in aula, dove assistevano per l’occasione anche  un gruppo di milianti dei centri sociali di Padova. “La rivoluzione e le lotte non si processano,  Solidarietà ai compagni arrestati e ai rivoluzionari prigionieri” erano gli slogan che già ieri campeggiavano nei presidi all’esterno della sede giudiziaria.

Gli imputati, tra i quali Vincenzo Sisi, Alfredo Davanzo e  Claudio Latino hanno voluto rinunciare anche alla difesa d’ufficio e hanno rilasciato dalla “gabbia” delle dichiarazioni spontanee: “Solo con le armi si sovvertono i poteri, parlo come operaio comunista che ha preso le armi”, ha detto Vincenzo Sisi, uno dei brigatisti. E poi: “Noi rinunciamo alla difesa”, ha aggiunto spiegando la revoca del mandato difensivo come ‘gesto politicò.

“La violenza a questo punto è inevitabile e necessaria. Non amiamo la violenza non abbiamo il gusto romantico della violenza, ma ora è inevitabile”, hanno detto gli imputati che poi hanno letto  due documenti che vengono poi acquisiti agli atti del processo. Parlano della «violenza strategicamente necessaria» e rivolgono un appello «ai comunisti affinchè si organizzino».

Un altro degli imputati, invece, ha spiegato che il Partito Comunista Politico-Militare «si pone dentro questo processo solo con i documenti politici», e proprio uno di questi documenti è stato consegnato dagli imputati, attraverso i difensori, ai giudici. Claudio Latino, invece, presunto leader della cellula milanese, ha affermato che «noi non amiamo la violenza e non crediamo al mito della violenza, ma diventa inevitabile», perchè, come hanno sostenuto gli imputati, «l’unica via è quella rivoluzionaria». Le parole dei presunti brigatisti sono state  salutate con molti applausi da parte di amici, parenti e altri giovani presenti nella parte dell’aula destinata al pubblico. I giovani hanno esposto anche magliette con su scritto “solidarieta”.
Per questo motivo i giudici ad un certo punto sono stati costretti a richiedere l’intervento delle forze dell’ordine che hanno fatto uscire giovani e parenti degli arrestati dallo spazio riservato al pubblico nella maxi-aula della Corte d’Assise.

Intanto è stata fissata per il 28 maggio la sentenza per il nuovo processo d’appello disposto nei confronti di 12 imputati accusati di avere fatto parte delle Nuove Brigate Rosse. Il procedimento, iniziato oggi, è stato aggiornato al 22 maggio con la requisitoria del procuratore generale, delle parti civili e delle prime difese. Il 28 maggio termineranno le arringhe difensive e i giudici si riuniranno in camera di consiglio.

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