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L’INPS ha diffuso alla fine del mese di marzo i dati relativi al coefficiente di rivalutazione per i montanti contributivi.

Ha cioè pubblicato il dato previsto dalla tristissima e mai abbastanza vituperata riforma Dini, celebre soprattutto per i suoi draconiani effetti TruffalDini nei confronti delle pensioni dei lavoratori.

La famigerata riforma, al secolo Legge n. 335 del 1995, prevede, e non è uno scherzo, che i contributi dei lavoratori vengono rivalutati ad un tasso annuo di capitalizzazione che è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare.

Relativamente all’anno 2011, la rivalutazione è pari a 1,016165, ovvero l’1,6165 per cento.

I contributi che sono stati versati fino al 31 dicembre 2010 saranno rivalutati quindi di appena l’1,6 per cento, ovvero molto ma molto meno del tasso d’inflazione che nel corso del 2011 ha fatto segnare una media del 2,7 per cento.

Lo Stato ha quindi imposto una perdita durissima ai lavoratori in termini di potere d’acquisto dei propri contributi che si sono svalutati in maniera molto preoccupante.

Ad aggiungere al danno anche la beffa va ricordato come nello stesso anno l’indice Rendistato elaborato da Banca d’Italia e che rappresenta il rendimento medio ponderato di un paniere di titoli pubblici italiani abbia fatto segnare ben il 5,703 per cento.

Tanto per fare due conti, che in questo discorso non possono mancare, versando 10.000 euro di contributi oggi questi diventeranno un po’ meno di 19mila euro tra 40 se verranno rivalutati al tasso imposto dalla astuta Riforma Dini, quell’1,6165 per cento, ma sarebbero diventati, se retribuiti al medesimo tasso con cui lo Stato retribuisce investitori e speculatori, il 5,703 per cento di Rendistato, addirittura 92mila euro.

Quasi il quadruplo di montante contributivo e, di conseguenza, quasi il quadruplo di quota di pensione.

 

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