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Il caso Ghilardi all’Ingv. Come la partitocrazia invade gli enti pubblici

ROMA – In questi giorni si è molto parlato di Rai e Agcom, ennesimi esempi di spartizione tripartisan di poltrone, di cui il governo tecnico (politico) sta dando prova deludendo quanti si aspettavano qualcosa di nuovo.

Ma la spartizione  seppur con minore evidenza riguarda anche altre realtà pubbliche strategiche per il paese. Un esempio illuminante è quanto accaduto all’Istituto Nazionale   di Geofisica e Vulcanologia, meglio noto come Ingv. L’ente, che dovrebbe occuparsi di terremoti ed eruzioni vulcaniche, è orfano da settembre scorso del suo padre fondatore Enzo Boschi. Una “dipartita”, quella di Boschi, che ha lasciato nel caos l’Ingv. La Gelmini nell’agosto scorso chiamò addirittura dalla Svizzera, Domenico Giardini, professore universitario di sismologia a Zurigo e consulente di società assicurative a Singapore. Si aprì con lui una breve quanto sconcertante parentesi. Giardini, sostenitore dell’obbligatorietà della polizza antisismica per le case, sembrò mostrarsi interessato, oltre che alle dinamiche sismogenetiche del territorio,  anche alla ricerca di incarichi professionali. Ritenendo che la sua retribuzione come presidente con 115.000 euro l’anno fosse insufficiente, sperò di ottenere almeno una cattedra presso l’Università di Roma. Rassegnò le dimissioni da presidente dell’Ingv dopo solo tre mesi, salvo poi rientrare dalla finestra come membro del cda e della commissione grandi rischi.

 

La nomina a presidente di Ingv di Stefano Gresta, da parte del nuovo titolare del Miur, il tecnico Profumo, non sembra abbia prodotto benefici se è vero, come è, che dalla sua prima decisione di un certo peso è nato un caso nazionale. Si tratta della nomina a direttore generale di Massimo Ghilardi – che non aveva neppure partecipato alla call del 5 ottobre 2011 – che ha suscitato stupore e indignazione per il suo curriculum: è laureato in scienze motorie e sociologia, nonché consigliere comunale del Pdl di Chiari, piccolo comune del bresciano amministrato dal senatore leghista Sandro Mazzatorta., ma soprattutto dal 2009 è stato dirigente del Miur della Gelmini, grazie e un contratto a termine. I ricercatori dopo la nomina di Ghilardi hanno sottolineato la sua incompetenza in materia di sismologia e vulcanologia, ma il direttore generale di ogni ente è l’organo di gestione e quindi semmai dovrebbe avere competenze amministrative e gestionali. Segno dei tempi: non ci si stupisce più per il metodo, né per la filosofia che ad esso sottende, ovvero la spartizione partitocratica delle poltrone, l’idea proprietaria della cosa pubblica, come se l’Amministrazione fosse suddivisa in tante piccole monarchie assolute. Governate da personaggi di nomina politica, ai quali viene riconosciuta la libertà di scegliersi nel ruolo di gestore esclusivamente persone di propria fiducia. Una filosofia devastante, che provoca nella P. A. non solo un ingiustificato aumento dei costi ma anche tante inefficienze. Si è del tutto dimenticato il dettato dell’art. 97 della Costituzione, che prescrive pubblici concorsi per l’accesso ai pubblici impieghi. Il ricorso alla chiamata diretta è di per sé un metodo clientelare ed esecrabile e come tale andrebbe bandito. Dal governo cosiddetto tecnico ci si sarebbe aspettati uno stop a tale aberrante pratica e invece c’è stato un incentivo. Evidentemente l’occupazione partitocratica degli enti pubblici, che Enrico Berlinguer denunciava già trenta anni fa come uno dei mali d’Italia, è difficile da scardinare, tanto che è entrata nella cultura degli italiani, nell’immaginario collettivo nazionale, come cosa del tutto naturale.

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