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Cina. Se il Dragone non compra più carbone

PECHINO (corrispondente) – Continua la polemica sull’energia del Dragone. Dopo l’inchiesta del New York Times secondo la quale la Cina avrebbe “ritoccato” i numeri del suo dispendio energetico -sino ad oggi tra i pochi valori limpidi rilasciati da Pechino- per mascherare lo stato di salute dell’ economia nazionale in vista del ricambio al vertice del prossimo autunno, ieri a puntare il microscopio sulle miniere del Regno di Mezzo è stato il quotidiano economico Financial Times.

E i risultati non sono meno allarmanti: le giacenze di carbone del gigante asiatico hanno raggiunto livelli record, complice il netto calo della domanda sulla scia dell’impasse economica degli ultimi mesi.

Questo crea problemi anche oltre oceano. L’onda lunga della crisi dell’Eurozona e il rallentamento della locomotiva Cina hanno provocato forti ripercussioni sui prezzi delle materie prime a livello globale, tanto che la scorsa settimana nel porto australiano di Newcastel il costo del carbone termico ha registrato un trend a ribasso per il secondo anno consecutivo. Solo alcuni giorni fa un’utility company statunitense è stata costretta a risolvere un contratto di carbone utilizzando la clausola di forza maggiore a causa di un allentamento delle richieste. E le prospettive future non sembrano più rosee. Secondo diversi analisti, il Dragone -al momento il maggior consumatore e importatore mondiale di thermal coal- potrebbe smettere di fare shopping all’estero, scegliendo di attingere unicamente alle proprie risorse, ricche ma distanti.

Mentre, infatti, la culla della crescita economica cinese -e pertanto della fame energetica- si concentra lungo le coste orientali e nel sud del Paese, le miniere di carbone si spostano sempre più ad Ovest. Colpa dello sfruttamento forsennato delle regioni centrali ormai a corto di materie prime. Le complicazioni logistiche per il trasporto del carbone per migliaia di kilometri, sino ad oggi, hanno rappresentato uno scoglio impervio per il commercio nazionale. Ma, non lo saranno ancora a lungo; lo dicono gli esperti e lo conferma la corsa agli investimenti intrapresa da Pechino nel settore delle infrastrutture su rotaia.

Per i mercati globali le cose si potrebbero mettere molto male. Venerdì scorso Bernstein Reserch ha espresso la propria opinione sulla questione in una nota. Letteralmente: “Noi crediamo che la Cina abbia un sacco di carbone”. “La posta in gioco non potrebbe essere più alta” -scrivono gli analisti- “gli Stati Uniti si sono affiancati ad Australia, Colombia, Indonesia, Mozambico, Mongolia e Sud Africa nella lista degli esportatori di carbone convinti che il consumo cinese e la crescita del suo import si risolvano in un one-way trade. Se questa conclusione è errata, allora dove va a finire tutto quel carbone?”

E sebbene l’istituto di statistiche americano si sia astenuto dal fare previsioni troppo dettagliate circa gli acquisti futuri del Dragone oltre Muraglia, la nota non lascia spazio ai dubbi: la produzione di carbone dell’ex Impero Celeste sta diventando sempre più low-cost.

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