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L’estate che stiamo attraversando verrà sicuramente ricordata come uno dei periodi più travagliati e confusi che il nostro Paese abbia mai vissuto dal secondo dopoguerra ad oggi.

Ci troviamo di fronte ad una crisi che per dimensioni e durata supera quella del 1929; una crisi che affonda le proprie radici non solo nell’economia, ormai globalizzata, ma anche nei valori e nei principi che sono stati le colonne portanti della civiltà occidentale e del suo benessere. Tra i sentimenti che caratterizzano questo momento prevale su tutti l’incertezza che genera a sua volta smarrimento e disperazione. Tutti, anche i più ottimisti, guardano al futuro con apprensione, forse perché hanno perso la capacita di immaginarlo. Il Paese in cui fino a pochi anni fa abbiamo vissuto, credendo che fosse il “più bello del mondo”, sembra sgretolarsi giorno dopo giorno, scandendo il proprio arretramento attraverso numeri che testimoniano la gravità della situazione. Otto milioni di poveri in un Paese che conta 59 milioni di abitanti non rappresentano certo un dato confortante, così come non è positivo il fatto che la disoccupazione giovanile cresca di mese in mese a ritmi vertiginosi ed apparentemente inarrestabili. Le turbolenze che affliggono il nostro sistema finanziario, la folle altalena degli spread, la teocrazia dei mercati, producono inevitabilmente effetti sul mondo del lavoro e quindi anche sul settore dei lavoratori delle banche.

Richiedono  un forte impegno dei sindacati, di Dicredito che rappresento. Nel corso del mese di luglio sono i lavoratori di ben tre importanti Gruppi Bancari – Banca Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi – a scendere in piazza, per motivi diversi ma che hanno come unico denominatore la difesa del lavoro e della sua dignità. Accanto ad essi non possiamo dimenticarci dei 54 lavoratori di banca Network, un’azienda messa in liquidazione da Banca d’Italia che, già ad agosto molto probabilmente subirà l’applicazione della legge sui licenziamenti collettivi, nell’indifferenza più totale degli altri soci della banca, attualmente più interessati alla cessione degli asset redditizi, per minimizzare le perdite che al destino di questi lavoratori e delle loro famiglie. Costoro, già da alcuni giorni hanno organizzato presidi permanenti presso le aziende facenti parte dello stesso gruppo, inaugurando così una forma di protesta che fino a qualche tempo fa sarebbe stata più consueta per dei consigli di fabbrica che per dei bancari considerati nell’immaginario collettivo quanto più lontano possa esistere da forme di protesta estrema.

Tuttavia si sa, i tempi cambiano e, purtroppo, sembrano farlo costantemente in peggio, determinando inevitabilmente un innalzamento del livello dello scontro. Il quadro tracciato non sarebbe completo se non citassimo le migliaia di “esodati” bancari che ancora aspettano una risposta certa e definitiva sul loro futuro e i dirigenti, un tempo élite intoccabile ed oggi divenuti professionalità da dismettere, perché considerate, immeritatamente, non più utili da quelle stesse aziende che debbono a loro e al contributo degli altri lavoratori parte del loro successo. Prendere atto della difficoltà della situazione, affrontarla senza infingimenti, non significa tuttavia subirla passivamente, anzi, è proprio dalla lucida consapevolezza di quello che sta accadendo intorno a noi che dobbiamo trovare la forza per resistere, per combattere contro la rassegnazione e per far sentire la nostra voce. La crisi può essere vinta solo ritornando ad immaginare il futuro per poterlo costruire e tale futuro, ne siamo convinti, non può prescindere dal lavoro, poiché non ci stancheremo mai di ripeterlo l’unica ricchezza durevole, produttiva e, perché no, eticamente sostenibile è quella prodotta dall’uomo e dal suo lavoro quotidiano.

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