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Il rischio che la politica diventi inconcludente politicismo

Una esauriente rassegna stampa darebbe conto quotidianamente di una vasta messe di editoriali, commenti, riflessioni critiche dedicati a ciò che oggi non va non tanto nella politica italiana, quanto nell’emisfero di sinistra dell’universo politico.

Prescindendo dai pronunciamenti di chi è dichiaratamente schierato sul versante avverso, i toni sono i più diversi: severi e saccenti alcuni, complici e ammiccanti altri, spesso impazienti, a volte velleitari. Penso comunque vada apprezzato che il dibattito sul futuro della sinistra italiana ha finalmente abbandonato i toni disperanti e disperati che lo avevano caratterizzato nell’ultima fase del berlusconismo trionfante.   
Ciò nonostante persistono ambiguità, approssimazioni e una diffusa propensione al vizio antico del politicismo. Ambiguità innanzitutto sul ruolo dei partiti politici; approssimazione nel delineare le forme ed i modi di una relazione utile fra partito politico e “movimenti”.
La grande parte degli interventi, infatti,  appare elusiva e reticente su un punto: se il necessario rinnovamento della politica postuli l’esistenza dei partiti e la valorizzazione del loro ruolo, o piuttosto il loro superamento.
I partiti sono la infrastruttura necessaria dell’agire politico; sono il sistema nervoso in cui confluiscono –bene o male- gli impulsi generati dalla partecipazione. Né può bastare, a rinnovare la politica, il fluire dei “movimenti” poiché, per quanto sensibile ed intelligente, il “movimento di opinione” non garantisce la trasparenza dei processi partecipativi, che sono la linfa di ogni rinnovamento non effimero dell’agire politico e quindi della vita democratica.  Si tratta, con tutta evidenza, di una questione decisiva, che non tollera ambiguità e che dovrebbe impegnare attivamente chiunque avverta l’esigenza di trarre la politica italiana fuori dai vizi che oggi ne determinano il discredito agli occhi dei più. Una questione “di sistema”, come ripete frequentemente Bersani; comunque vitale per la sinistra. Ma spesso elusa, lasciata opportunisticamente sullo sfondo nel dibattito corrente.
L’interfaccia, altrettanto cruciale, riguarda i contenuti dell’agire politico, le priorità da scandire, e quindi, conseguentemente, anche il tema delle alleanze.
L’asfissia culturale, il prevalere degli interessi di parte, l’opportunismo e l’utilitarismo che segnano il panorama politico sono il segno del degrado etico, ma anche la spia della incertezza e della labilità degli obiettivi. Anche su questo piano si intravvedono nuovi fermenti, ma le idee richiedono di essere organizzate, di assumere forma di obiettivi. Serve progetto; serve, non di meno, proposta programmatica. Un esercizio un po’ scolastico ci consente di comprendere che i due termini sono complementari, ma il loro orizzonte non è sovrapponibile. Dice il vocabolario che “progetto” è sinonimo di idea, proposito anche vago o difficilmente attuabile, seppur fortemente significativo; mentre “programma”  è ciò che si valuta necessario e possibile, e che ci si propone di concretamente fare.
Di nuovo emerge, dunque, la centralità di un soggetto collettivo che sappia connettere le due dimensioni. La capacità programmatica si esercita nell’ambito del possibile, sia riguardo ai contenuti delle politiche, sia costruendo le coalizioni necessarie per renderle reali. Non è uno stato di necessità da vivere con frustrazione, è piuttosto, questa, la forma più propria e nobile dell’agire politico.
Le molte risorse intellettuali che si stanno rianimando in vari ambiti della nostra società sono preziose per arricchire e modificare il contesto, ma non bastano, di per sé, a surrogare la funzione dei partiti politici quali tramite tra la società e le istituzioni del suo governo. Se si illudessero di poter fare questo, o comunque se si ponessero di fatto in alternativa, disperderebbero il patrimonio di cui sono portatrici in un limbo che i classici del pensiero politico potrebbero definire “inconcludente politicismo”.

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