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ROMA – La dissociazione fra politica e democrazia rappresentativa è ormai un fatto conclamato. lo scrive Ilvo Diamanti su “la Repubblica” di ieri.

E lo argomenta con la consueta lucidità di analisi e una buona dose di disarmato rammarico. I riferimenti sono all’Italia, ai soggetti e ai fatti che animano la nostra scena pubblica, ma gli interrogativi posti riguardano il modello stesso della democrazia rappresentativa, e quindi un orizzonte molto più vasto. A cui noi, tutt’al più,  aggiungiamo del nostro, come spesso succede.
Fra le cause di questo fenomeno, dopo aver indicato “anzitutto comportamenti e situazioni di privilegio….inaccettabili per i cittadini” da parte dei politici, l’autore si sofferma sulle due più straordinarie e radicali trasformazioni che hanno caratterizzato gli ultimi decenni di vita delle nostre società: il ruolo assunto dai media, e segnatamente dalla televisione, nel rimpiazzare il rapporto diretto fra politica e società, e l’irruzione, nelle nostre vite quotidiane, delle tecnologie della comunicazione. Un fattore, il primo, di  cui, in quanto cittadini, siamo sostanzialmente passivi fruitori, ed uno di cui invece siamo attivi interpreti e animatori.  

Condivido per intero; l’insipienza, l’opportunismo, la doppiezza di molti esponenti del ceto politico non sono l’unica causa della “dissociazione”. Forse neppure la causa principale.
Diamanti descrive con la consueta efficacia lo sconquasso che le due innovazioni (la prevalenza della immagine veicolata dalla televisione, e l’avvento delle tecnologie digitali) inducono sul rapporto fra società e politica. Lo fa da osservatore acuto e lungimirante. Ma ormai è tempo per non limitarsi alla osservazione dei fatti, per tentarne una lettura critica. In verità qualcosa si muove, in tal senso, nel panorama culturale più recente; cito per tutti “In nome del popolo. Il problema democratico” di Valentina Pazè, “Presi nella rete. La mente ai tempi del web” di Raffaele Simone, o i molti saggi di Nadia Urbinati. Se mi è concessa una metafora rozza e provocatoria (ma non irreale), quando qualunque cittadino, mediamente poco colto di economia politica, avendo contratto l’abitudine di consultare ogni mattino il blog che più gratifica le sue inquietudini diffondendo sentimenti aggressivi e rassicuranti di anti-politica, dopo essersi sbarbato scende al bar sotto casa e conciona contro la casta dei ladri che non risolvono la crisi economica solo perché materialmente interessati alle pratiche speculative, mentre lui saprebbe cosa fare (la sua confidenza con le tecnologie dell’informazione globale in tempo reale lo rende sicuro di saperne quanto basta), il problema che si pone alla politica –e che la politica deve porsi- non è semplicemente come ristabilire una effettiva rappresentatività di sé  medesima, magari cercando leaders più riconoscibili. C’è un’opera di costruzione e di mediazione culturale da compiere. Non basta un più sagace posizionamento sul mercato della politica (“…essa stessa…è un mercato”, dice Diamanti).

Ho sempre pensato che il profilo più nobile dell’agire politico sia il suo essere un “agire pedagogico” e non trovo in ciò nulla di illuministico, tanto meno di autoritario. La colpa più grande della politica reale (dei partiti) è di aver troppo spesso opportunisticamente abdicato a questo dover essere. Tutto, o quasi, ne consegue: le pratiche opportunistiche, le manipolazioni degli equilibri istituzionali per renderli funzionali ad interessi specifici non sempre confessabili, una legge elettorale che protegge gli amici particolari… Se il problema è ricercare il posizionamento più conveniente al fine di intercettare meglio i flussi di opinione (nel contempo orientati con un uso massiccio delle pervasive tecnologie della comunicazione), quasi tutto è giustificabile. Ce lo dice l’ultimo ventennio di storia italiana.
In sostanza: la piazza telematica non è la nuova agorà. L’agorà è un luogo collettivo; la piazza telematica è una moltitudine di individui. Per costruire la polis non basta una moltitudine di individui, storicamente le adunate sono la modalità tipica dei regimi autocratici e autoritari.

 

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