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Informazione. Nessun bavaglio alla stampa per tuelare il pluralismo

ROMA – Non c’è e non ci sarà. in un Paese che voglia essere democratico, un tempo buono o un’occasione giusta per i bavagli alla stampa.

Chi si mette in rapporto con il sistema dell’informazione sa quanto soffra di leggi sbagliate e disagi – dai conflitti d’interesse irrisolti a un mercato squilibrato  che produce grave precarietà nel lavoro – per capire che le riforme utili sono altre, compresa quella dell’ordinamento professionale dei giornalisti e delle forme di autoregolamentazione. Un “Monte” (singolare, prego) di cose da fare e liberare c’è. Le parole minacciose contro le intercettazioni e le notizie che danno conto sui giornali, rilanciate per giorni nella settimana di ferragosto, sono scomparse dalle prime pagine dei giornali. Gli aspiranti censori di ieri e di oggi paiono per ora soddisfatti di avere dato l’idea di potere allargare il fronte di coloro che vogliono imbavagliare la stampa. Ma il colpo in canna lo hanno inserito, ancora una volta e, stavolta, aiutati dalle parole del premier Monti, il neo politico supertecnico che ha parlato di “abusi” e annunciato intenzioni interventiste del governo sulla materia, sperano di riuscire a mandarlo a segno.

Sbagliano e non solo perché “non è tempo” per una nuova legge delle nebbie e dei silenzi di Stato. Non c’è un tempo buono per leggi simili. Le reazioni non si farebbero attendere In Italia dovrebbero averlo capito tutti di anni. E’ da almeno sette estati che, puntualmente ad agosto, qualcuno pensa di poter cogliere tutti rilassati e di far passare come giusta e buona per tutti  una proposta legislativa che non lo è.
Da Mastella a  Alfano hanno dovuto prendere atto che il Paese esige trasparenza e correttezza da tutti, anche e giustamente da giudici e giornalisti oltre che, ovvio, dai politici ma non può accettare che crimini e fatti inquinanti e inquietanti per la vita pubblica siano inesplorabili per legge. Le intercettazioni., disposte dalla magistratura a fini di giustizia e le notizie che ne danno conto a seconda della documentata disponibilità dei giornalisti, non sono un bene privato del potere o degli intercettati. Quando evidenziano ipotesi i reato danno luogo a procedimenti giudiziari non segreti e quando portano, comunque, a galla vicende d’interesse pubblico, ancorché non reati,  la stampa ha il dovere di darne conto alla pubblica opinione se ne ha cognizione.

La coesione nazionale e civile convivenza si fondano su basi di trasparenza e di lealtà. Oggi ne serve di più dell’una e dell’altra. Non servono inciuci e non sono immaginabili sconti per leggi che feriscano la libertà di stampa a seconda di chi è il propponente. Lo hanno potuto constatare Alfano e Mastella e Monti non può aspettarsi reazioni diverse dai cittadini.
Sulla libertà di stampa si deve operare non per reprimere o “chiamare” l’autocensura ma perché ce ne sia di più. E più qualificata. Semmai, allora, il Governo liberi le autonomie e ascolti quanti, tra i giudici come tra i giornalisti, sono impegnati a lavorare con rigore, secondo il principio della legge uguale per tutti e amministrata in nome del popolo, e secondo i codici etici che ne presiedono ricerca, verifica e proposizione al pubblico dei fatti di interesse pubblico. La vicenda Ilva parla per tutti. E se qualcuno va fuori da questi canoni ne paghi le conseguenze professionali.
E’ così difficile ed è così impossibile che, per i giornalisti, si ponga mano alla riforma dell’Ordine?   In Senato c’è una proposta di legge, parziale, già votata dalla Camera, che pone argine a un organismo nazionale pletorico. Si tolga questa lega dal cassato si introduca un bel’emendamento sul Giurì per la lealtà dell’informazione, a tutela de diritti dei cittadini a essere informati con correttezza e senza omissioni e la si approvi. E ciò nel rispetto del principio che sui fatti – che non possono essere manipolati a proprio piacimento – ci sia pluralità di opinioni, di atteggiamenti, di comportamenti. E’ Il pluralismo dell’informazione, Questa è una riforma da fare. E’ semplice e si può fare presto. Il tempo per le riforme di tutti c’è.
Su questo terreno, non sui bavagli, si misura la qualità e la forza delle tensioni riformatrici per attenuare il divario tra poteri e cittadini e per rigenerare il loro rapporto con la politica.

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