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Cuba. I giornalisti italiani accusati di aver violato lo status migratorio

ROMA – E’ mistero sulla vicenda dei giornalisti italiani.  I quattro, che si trovavano a Cuba per intervistare Reiver Laborde Rico, il fratello 24enne e presunto complice di Lisandra, la giovane che ha confessato gli omicidi di Paolo Burgato e Rosetta Sostero del 19 agosto a Lignano, quando sono stati prima fermati, poi interrogati per 10 ore come degli assassini e infine processati per direttissima.

Ma di che cosa sono veramente accusati l’inviata di Mediaset e Videonews Ilaria Cavo, il suo operatore Fabio Tricarico, il cronista del Messaggero Veneto Domenico Pecile e il fotoreporter del Corriere della Sera Stefano Cavicchi, fermati dalle autorità a Camaguey? Secondo  le autorità locali ci sarebbe un visto irregolare, ovvero i cronisti sarebbero entrati a Cuba con quello turistico e non con quello riservato ai media, tra l’altro difficilissimo da ottenere.
Per essere più dettagliati, come ha precisato il viceambasciatore d’Italia a Cuba, Pietro de Martin, si tratta di una “violazione dello status migratorio”, reato  amministrativo più che di natura penale.

«Il procedimento – ha proseguito De Martin – è ancora in corso e la decisione di merito spetta all’autorità migratoria. Normalmente non ci sono altri tipi di contestazione. Si può arrivare al massimo a un provvedimento di espulsione dal territorio».
De Martin ha precisato che «non è stato frequente in passato che si arrivasse in maniera surrettizia a Cuba salvo poi svolgere attività giornalistiche senza aver chiesto il visto per attività cronistiche».
Riguardo alla mancanza di comunicazioni telefoniche da parte dei giornalisti, il viceambasciatore ha sostenuto che «molto più banalmente si potrebbero essere scaricate le batterie dei cellulari. Come Ambasciata e tramite la Farnesina già da ieri pomeriggio ci siamo interessati al più alto livello con i ministeri degli Esteri e Interni cubani della conferma della notizia. Non disponiamo di ulteriori uffici consolari al di fuori dell’Avana. Siamo comunque disponibili e in allerta – ha concluso – per poterci recare per avere un contatto diretto con loro».

Tuttavia, la situazione rimane poco chiara, le accuse sono alquanto discutibili  e non va dimenticato che dietro a questa vicenda c’è un omicidio, quello di Lignano. Per questo motivo i quattro avevano incontrato Reiver Laborde Rico, che intervistato avrebbe negato ogni responsabilità. Anzi avrebbe addirittura difeso la sorella precisando la sua estraneità ai fatti. “Quella è opera di gente con le palle, lei non ne sarebbe mai stata capace, è stata minacciata”, ha detto il giovane, che assicura di essere rientrato a Cuba perchè stava per nascere il suo secondo figlio, venuto ala luce il 24 agosto.

La Farnesina, che segue la vicenda in stretto contatto con le autorità cubane, ha assicurato che il previsto processo per direttissima è stato più un colloquio, ma le cose non cambiano.  Nel frattempo si moltiplicano le voci di solidarietà nei confronti dei quattro giornalisti.
“Mentre esprimiamo solidarietà piena e sostegno totale ai quattro colleghi fermati a Cuba, – afferma Franco Siddi, segretario generale della Fnsi –
manifestiamo la più ferma riprovazione e lo sdegno per l’azione delle autorità di polizia cubane che li hanno fermati a motivo del loro lavoro di giornalisti impegnati nella ricerca e verifica di notizie su un delitto compiuto in Italia”.

Insomma, non ci sarebbe nessuna ragione che possa giustificare l’arresto dei giornalisti, specie se si tratta – come le autorità dicono –  di un banale reato amministrativo.

 

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