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Primarie. Ora può nascere una nuova e buona politica

ROMA – Quanto sarebbe stato salutare per l’Italia e per la democrazia, come chi scrive aveva sostenuto,  votare per il rinnovo del Parlamento in questo autunno.

Le vicende delle ultime settimane, infatti, raccontano del rischio insito in un prolungamento oltre ogni ragionevole misura di una situazione politica confusa, con un governo cosiddetto “tecnico” retto da una maggioranza parlamentare fatta di forze portatrici di idee alternative sul futuro dell’Italia.
La seconda Repubblica finisce con un’agonia troppo lunga, che può arrecare danni gravi alla salute della democrazia. Le vicende della Regione Lazio -travolta da Batman, col concorso di molti Superman dell’opposizione, e oggi alle prese con la pervicace ostinazione della dimissionaria Renata Polverini di spostare le elezioni regionali più avanti possibile, in barba alle disposizioni di legge- e quelle di queste ore della Regione Lombardia -travolta da un’infinità di scandali e da infiltrazioni criminali spaventose, e nella quale si consuma tutta la crisi della Lega Nord in salsa maroniana (un giorno dimissioni, un giorno rimpasto, il terzo voto in primavera)-  parlano della irreversibile crisi del centro-destra, così come l’abbiamo conosciuto lungo un ventennio. Di milioni di voti senza rappresentanza.
D’altra parte che senso ha l’azione del Governo Monti ora? Abbiamo discusso, e contestato alcune delle scelte fatte nel momento della speculazione più grave ai danni dell’Italia. Ma sentir parlare in questi giorni di riforma costituzionale del titolo V° -quella, per intenderci, del federalismo, riforma giusta e necessaria in principio-, quando con tutta evidenza mancano non solo le volontà politiche ma anche i tempi tecnici per realizzarla è davvero troppo. Si stanno perdendo mesi preziosi.
E’ inutile, tuttavia, piangere sul latte versato. Qualche luce viene finalmente, dopo la positiva Assemblea del Pd, dalla convocazione delle primarie del centrosinistra  per il 25 novembre prossimo, sulla base di una piattaforma che non è in continuità con l’agenda Monti. Pd, Sel, Psi e tante forze sociali e civili possono dare voce a milioni di cittadini, chiamati a scegliere in una competizione incerta non solo il leader ma anche il programma di governo.
Qui non basta più la retorica del rinnovamento. Il tema è quale rinnovamento, di contenuti e di persone. I fautori di un Monti-bis, o di una mera continuità con l’attuale esperienza, dentro e fuori dal Pd, sono in difficoltà. E se Walter Veltroni – che di questa continuità è un sostenitore- oggi compie una scelta chiara, quella di non ricandidarsi in Parlamento, è anche per marcare una differenza politica. E’ Matteo Renzi, invece, che non potrà più accontentarsi di chiedere che si facciano da parte i capi storici del Pd. Non solo perché già in molti hanno fatto sapere di non volersi candidare, non sulla base dello schieramento di un plotone di esecuzione ma di una scelta del Partito, a partire da Massimo D’Alema. Ma perché Renzi dovrà far sapere qualcosa di più – senza liquidare le novità di “sinistra” della carta di intenti alla base delle primarie- sull’agenda Monti, sul lavoro, sui diritti, sull’ambiente.
Il valore del 25 novembre va al di là della scelta di una parte politica. Se entrano in gioco le persone in carne ed ossa, che vivono la crisi e le difficoltà del presente, può nascere una nuova e, soprattutto, buona politica.

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