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Combattiamo il razzismo, non i campi Rom

MILANO –  Le associazioni e i movimenti politici apparentemente “progressisti” da tanti anni fanno – volutamente – il gioco dei nemici dei Rom.

“Superamento dei campi monoetnici”, “No all’apartheid dei Rom”, “No  ai campi-ghetto” sembrano proclami di giustizia, contro il razzismo, la discriminazione, la persecuzione. Non è così. Questo linguaggio, sempre seguito da azioni mirate proprio a frazionare e disperdere i gruppi “monoetnici” – identificazioni, schedature, sgomberi, allontanamenti, sottrazione di bambini da parte dell’autorità, violazioni dei diritti umani, repressione poliziesca e giudiziaria, calunnia mediatica – fa parte di una strategia che mira ad annientare in primo luogo l’identità della tradizione Rom più antica (che riguarda numerose tribù, ognuna con caratteristiche socio-culturali differenti:  i Vatrashi, i Kherutno, i Kaldarari, gli Zlatara, i Kolari, i Gabori, i Kazandzhi, i Pletoshi, i Korbeni, i Modorani, i Tismanari, i Lautari, gli Ursari, gli Spoitori e altri) e in secondo a favorire l’assimilazione forzata o comunque a rendere impossibile una stanza serena nei paesi industrializzati dei gruppi etnici coesi. E’ facile comprendere dove si trovi la malafede dei proclami summenzionati. Innanzitutto, il campo Rom è un falso problema, perché si tratta di una condizione di sopravvivenza temporanea che spesso famiglie o “kumpanie” Rom scelgono per mantenersi unite e procurarsi i mezzi di sostentamento minimi, quasi sempre con il “mangel” (l’elemosina) a causa dell’intolleranza che rende quasi impossibile agli adulti abili al lavoro trovare un’occupazione dignitosa e adeguata.

 

E come logica conseguenza, una casa. Se anziché combattere il campo Rom si combattesse l’emarginazione (educando le cittadinanze e proteggendo le vittime con l’applicazione delle leggi contro l’intolleranza e attuando interventi sociali adeguati), il disagio delle famiglie e la loro precarietà sarebbero immediatamente risolti proprio attraverso il conseguimento di posti di lavoro e quindi della possibilità di affittare (e successivamente acquistare) abitazioni. In parole povere, non serve “superare il campo”, ma superare l’emarginazione. E veniamo alla definizione di “ghetto” che tanti sedicenti “amici di Rom e Sinti” applicano agli insediamenti Rom. E’ un uso assolutamente improprio del termine, perché i veri ghetti sono luoghi in cui un gruppo sociale è costretto a vivere, mentre non vi è alcun ostacolo per le famiglie Rom che decidano di abbandonare il campo per entrare in una casa. Non esiste alcuna forma di prigionia, nel campo-Rom e basta – ancora – un lavoro per avere i mezzi necessari ad uscirne, scegliendo di abitare in una casa. Dunque il vero nemico è ancora il razzismo, che rende difficile alle famiglie Rom il procacciamento di mezzi di sussistenza bastanti ad avere una casa e un tenore di vita dignitoso. Anche la parola “Apartheid” è usata non correttamente, riguardo alla situazione dei Rom in Italia. L’Apartheid istituito dal governo bianco del Sudafrica e rimasto in vigore fino al 1993 era una vera e propria segregazione razziale che impediva per legge ai neri di vivere nei quartieri dei bianchi, di usare gli stessi mezzi pubblici, di realizzare matrimoni misti, di utilizzare le fontane riservate ai bianchi, di accedere alle stesse scuole e così via. In Italia esiste un problema di razzismo, non di Apartheid. Il razzismo rende assai la vita difficile alle persona di etnia Rom, le quali – tuttavia – non sono perseguitate in osservanza alle leggi vigenti in Italia e nell’Unione europea, ma – al contrario – da parte di istituzioni, autorità e cittadinanze che, deliberatamente, violano le leggi che tutelano l’uguaglianza di tutti gli individui e i popoli, commettendo un abuso ogni volta che attuano uno sgombero senza prevedere un’alternativa sociale, ogni volta che comminano un’espulsione immotivata, ogni volta che accusano ingiustamente e altrettanto ingiustamente condannano una persona Rom, ogni volta che le negano il diritto a una casa, a un lavoro, alla sicurezza, alla possibilità di mandare a scuola i bambini e di beneficiare di un’assistenza socio-sanitaria adeguata alle sue condizioni di vita.

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