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Post primarie. Irrompe la questione sociale. Materia ostica per i “maitres à penser”

ROMA – La diffusa e vivace tensione politica che ha animato la campagna per le primarie e per il ballottaggio non si è di certo spenta nella notte di domenica scorsa, con la conta dei voti.

Ciascuno di noi ha seguito e segue con il medesimo coinvolgimento la sequenza delle analisi e dei commenti che si stanno dispiegando da lunedì scorso in poi. Nella maggior parte di essi -anche di quelli redatti da firme molto autorevoli- continua a prevalere una lettura ottusamente politicista. Divario generazionale, apparato di partito, coraggio, ticket, messaggio, leadership, efficacia comunicativa, risorsa … queste, e altre analoghe, le nozioni fra le più ricorrenti. Anche il mio amico Francesco Cuozzo ieri, su questa testata, è rimasto prigioniero di quello schema logico. Nessuno, o pressoché nessuno, che abbia riflettuto sulle prospettive che il centrosinistra guidato da Bersani (piuttosto che da Renzi) può offrire alla società italiana di oggi e ai suoi travagli. La formula delle primarie è certamente efficace per suscitare impegno e militanza, ma, per sua natura, concentra l’attenzione più sui candidati che sui programmi. Tuttavia è apparsa chiaramente la differenza di strategia politica e di modello sociale a cui ciascuno dei candidati ha ispirato la propria proposta. Con Bersani l’area politica di centrosinistra, pur fra difficoltà e carenze, sta consolidandosi e assumendo una identità meglio definita. Attorno al PD, ma anche con il contributo di altri “soggetti” politici: SEL sta sciogliendo alcuni suoi  equivoci, l’IDV è stata posta di fronte alle sue responsabilità e si vede, il confine “a sinistra” è nitido (Ferrero, ex PRC, ecc.).

Mentre il resto del panorama politico è nel marasma: PdL, ex AN, Lega (non c’è bisogno di soffermarsi più di tanto). Il centro è alla perenne ricerca di un modo di essere: si tiene in vita a tutti i costi l’eterna “anomalia italiana” sopravvissuta alla storia democristiana. Il primo obiettivo dovrebbe dunque essere quello di incoraggiare e contribuire ad una più generale riorganizzazione di tutto il panorama politico, sulla base del modello consolidato in tutte le democrazie occidentali. Bersani da tempo dice, non a caso, che la vera riforma della politica è un problema di sistema, non solo di ciascun partito per sé. Anche la normale dialettica interna al centrosinistra, e al PD stesso, dovrebbe tener conto di ciò, e marcare sempre la distanza fra il rinnovamento in corso nella sinistra, e quanto succede negli altri schieramenti. Trascurare sempre e totalmente questo aspetto della prospettiva, anzi: concentrare la critica sempre e soltanto sugli errori della sinistra, esibire una sistematica disattenzione a ciò che succede negli altri schieramenti come ha clamorosamente fatto Renzi, anche sottraendosi ad ogni giudizio e ad ogni impegno sul tema delle possibili alleanze, allude ad una diversa strategia: ostacolare e scomporre quello che si sta faticosamente consolidando nel campo del centrosinistra, perseguendo, invece, aggregazioni più trasversali che ci renderebbero ancor più “anomali” rispetto ai modelli di democrazia “europei”. E aggregazioni diverse, più trasversali, implicano parametri diversi attorno a cui costruire convergenze o misurare distanze. Perciò merito, ma non solidarietà; opportunità, ma non uguaglianza; competitività, ma non diritti; rottamazione, e non patto intergenerazionale … in un contesto sociale che reclama a gran voce solidarietà, uguaglianza, diritti, coesione. In sintesi: modelli sociali diversi. Qui sta la differenza davvero strategica.
Se dovessi individuare il valore più prezioso e nuovo dell’esperienza entusiasmante delle primarie, direi questo: l’irruzione della questione sociale nella dialettica politica. Ma la questione sociale è materia ostica, anche per i “maitres à penser”.

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