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ULTIMORA – Un quarto uomo di origine slave è stato arrestato nell’ambito del blitz che ha portato alla liberazione di Andrea Calevo, si tratta di uno slavo amico degli altri tre accusati di aver rapito l’imprenditore.

In tutto sono  quindici le persone, a vario titolo, coinvolte nel sequestro dell’imprenditore spezzino. Il dato, confermato da fonti confidenziali  vicine agli inquirenti, è contenuto nella prima informativa depositata in procura ieri dopo i primi arresti e la liberazione dell’ostaggio. Tra gli arrestati, uno di loro avrebbe già ammesso le proprie responsabilità, fornendo agli uomini del Ros e dello Sco indicazioni sullo schema organizzativo della banda che ha messo in atto il sequestro. Dei quindici nominativi indicati dagli inquirenti, non tutti sarebbero allo stato indagati, ma interrogatori e accertamenti potrebbero in breve portare all’iscrizione dei loro nomi sul registro degli indagati come concorrenti e fiancheggiatori nelsequestro di persona.

 


 

 

ROMA – È stato liberato il giovane imprenditore Andrea Calevo, rapito a Lerici, in provincia di La Spezia, lo scorso 16 dicembre. È quanto si apprende da fonti inquirenti.

 «Sto bene, voglio ringraziare gli inquirenti per quello che hanno fatto e voglio rivedere mia madre». Queste le prime parole rilasciate da Andrea Calevo appena liberato. Lo ha confermato il procuratore capo Michele di Lecce. Da indiscrezioni pare che ci sarebbero dei fermi. L’imprenditore sarebbe è rimasto tutto il tempo del rapimento all’interno di una cantina bunker nella periferia di Sarzana, a pochi chilometri da casa. La notizia è stata confermata dal maggiore Paolo Storoni del Ros di Genova. Il giovane è in buone condizioni.

Secondo fonti giudiziarie l’operazione che ha portato alla liberazione di  Calevo,  è il risultato di una complessa e articolata attività svolta dalle forze dell’ordine, Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, coordinati dalla Procura Distrettuale Antimafia di Genova. La Direzione centrale anticrimine, diretta da Gaetano Chiusolo, ha messo in campo sin dall’inizio del sequestro tutte le migliori risorse a disposizione, con l’impiego di personale del Servizio centrale operativo, del Servizio Polizia Scientifica, per lo svolgimento delle attività di accertamento di natura tecnica, e del Servizio Controllo del Territorio con l’invio degli equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine.

Fermati i 3 sospettati del rapimento

Al momento si trovano in stato di fermo 3 uomini, due italiani e un albanese, tutti pregiudicati. Potrebbero essere loro i componenti del gruppo che hanno rapito Calevo. Infatti, a quanto si apprende da fonti investigative della polizia l’imprenditore è stato trovato in un  vano bunker ricavato in una villa a Sarzana riconducibile a uno dei tre fermati.

Calevo arriva a casa

A quanto si apprende l’imprenditore è già nella sua abitazione a Lerici,  dove ha potuto riabbracciare la madre. Sulla vicenda gli investigatori stanno proseguendo tutti gli accertamenti del caso, compresi quelli sulla presenza di armi nella villa-rifugio dove Calevo era rinchiuso. «Credevo fosse già il primo gennaio perchè mi è sembrato di sentire i fuochi d’artificio. Ho perso diversi chili e quando la mattina mi alzavo facevo qualche flessione ma mi trovato in un posto molto piccolo e chiuso e non sapevo dove ero». Queste le parole di Andrea Calevo. L’imprenditore ha salutato amici e giornalisti davanti al cancello qualche minuto fa dove è stato accolto da un grande applauso ed è apparso in buone condizioni di salute, poi è rientrato a casa.

Le indagini

La conferma che Andrea Calevo era nell’abitazione alla periferia di Sarzana, dove poi stamattina è stato trovato  è arrivata dall’intercettazione di una «recentissima» conversazione telefonica nella quale il proprietario della casa (il 70enne Pierluigi Destro, ritenuto l’ideatore del sequestro e uno dei tre fermati) ordinava una pizza a domicilio. È quanto ha spiegato il comandante del ROS dei carabinieri Mario Parente, durante la conferenza stampa alla Procura di Genova.

«Nelle ultime ore – ha detto Parente – abbiamo valutato più volte la possibilità di intervenire perchè avevamo delle certezze sull’identità dei responsabili, ma non altrettante sul luogo della detenzione, che era fondamentale. Abbiamo più volte messo sul piano della bilancia le varie opzioni, aspettare in questi casi può essere pericoloso perchè possono crearsi delle situazioni imprevedibili. Il rapporto carceriere-sequestrato può
suscitare situazioni che vanno oltre le intenzioni degli stessi criminali ed eravamo in allarme per l’intercettazione di alcune conversazioni».

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