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ROMA – Nelle cronache politiche odierne -anche se, comprensibilmente, non proprio in prima pagina- si dà conto della delusione che alcuni intellettuali di spicco esprimono nei confronti di una creatura politica appena nata: la lista di Antonio Ingroia.

In realtà la forte critica è rivolta non tanto al capolista candidato premier, quanto ai segretari dei quattro “partitini” che hanno sponsorizzato la nascita del nuovo aggregato, ambiziosamente nominato “Rivoluzione Civile”. Di Pietro, Diliberto, Ferrero e Bonelli sembra intendano proprio candidarsi, contravvenendo così alla sollecitazione ad astenersi che era stata loro rivolta per dimostrare con ciò la volontà di cedere spazio alla “società civile”.
I nomi degli accusatori sono di tutto rilievo: Marco Revelli, Luciano Gallino, Livio Pepino, Chiara Sasso, ed altri.
La vicenda è in qualche modo significativa di sentimenti e tensioni, anche positive, che percorrono la nostra società nella attuale fase, ma merita una riflessione che non si limiti a prendere partito a favore degli uni (la mitica società civile), piuttosto che a sostegno degli altri (i partiti, piccoli o grandi che siano). C’è pure un contesto che merita qualche commento, al di là degli aspetti simbolici della disputa.
I partiti in quanto tali, con il loro portato di regole e statuti autonomamente definiti, sono una entità a cui va riconosciuto il valore di vera e propria infrastruttura necessaria all’esercizio della democrazia sostanziale. Lo prevede la Costituzione e risulta intollerabile ogni negazione di questo principio. Tuttavia si impone anche un giudizio compiuto sul valore attuale di quei partiti nella situazione storicamente data di oggi. E, a mio parere, su questo piano, il giudizio non può che essere molto meno lusinghiero. L’IDV si propone come formazione perennemente sospesa fra massimalismo e conformismo, e comunque a forte impronta personalistica. I Verdi ormai da anni non manifestano una soggettività politica compiuta, tale da sorreggere una forma partito strutturata. Rifondazione Comunista e PdCI sono segmenti di partito, luoghi di forte identità, distanti per scelta da dove si gioca la partita per il governo della società.
Tutte soggettività degne del massimo rispetto, ma oggettivamente -fino a prova contraria- di scarsa incidenza nella situazione politica attuale. Nessuno me ne voglia, ma così stanno le cose. Le prossime elezioni possono segnare la chiusura definitiva del ventennio berlusconiano e l’apertura di una fase nuova, più conforme alle modalità con cui si manifesta la dialettica politica in tutte le altre democrazie europee. Questa è l’opportunità che si presenta; ciascuno, innanzitutto, è chiamato a decidere se vuole contribuire a questa evoluzione, o se la propria visione strategica lo sospinge in altre trincee. Legittimamente.
Ed è fondamentale costatare che una nuova fase si può inaugurare scongiurando la contrapposizione fra partiti e società civile. Il centrosinistra oggi in campo ha come motore della coalizione i partiti -PD, SEL e socialisti- e pure sta proponendo all’elettorato liste di candidati mai così aperte alla partecipazione reale dei corpi sociali, mai così rinnovate nella storia della Repubblica.
Su tutto ciò sarebbe utile (doveroso) che ciascuno riflettesse e si pronunciasse.
Ci permettiamo, dunque, una domanda, virtualmente rivolta a Revelli, a Gallino, a Pepino, a Chiara Sasso, prima ancora che ad Ingroia: in quale trincea vi siete attestati? Per conquistare quale territorio? E davvero la questione più sostanziale per voi sta nell’alternativa fra candidare o non candidare Oliviero Diliberto, in una lista per vocazione minoritaria e marginale? Si riassume in ciò la dialettica fra politica e società civile? Su questo si giocherà la partita il 24 e 25 febbraio?

Stupefacente -quanto meno per chi scrive- che intellettuali di indubbio valore, da una vita impegnati a studiare in profondità la nostra società e capaci di comprenderla quanto pochi altri, si pongano oggi, per loro scelta, ai margini di avvenimenti imminenti, che saranno comunque cruciali, quale che ne sia l’esito.
Una ultima considerazione: non ho personale conoscenza delle tematiche affrontate nelle assemblee della rete “cambiare si può”, o degli altri movimenti che sostengono la lista di Ingroia, tuttavia stupisce che nelle dichiarazioni rese pubbliche, proprio sul tema controverso di come si debbano comporre le liste, non si dedichi alcun particolare valore alla differenza di genere.
Anche da questo punto di vista “società civile” non può essere un canone astratto.

 

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