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Monti sa cosa significa sopravvivere? Lui ‘sale’ in politica, la gente comune ‘scende’ all’Inferno

ROMA – Questa storia parte dalla periferia est di Roma dove abbiamo incontrato per una chiacchierata una famiglia che ci ha raccontato la ‘sopravvivenza’, perché di fatto di questo si tratta,  ai tempi della crisi. 

Anna (il nome è fittizio), ci accoglie nella sua casa di Centocelle. Ha 59 anni, suo marito coetaneo, tre figli. Fino a qualche anno fa una vita dignitosa, sicuramente senza troppe pretese, ma comunque tale da consentire una quotidianità quasi serena. Lei casalinga, con diversi problemi di salute, lui operaio in una ditta di appalti stradali con contratti rinnovati regolarmente, almeno fino a tre anni fa, un figlio sposato, gli altri due a carico. Poi la crisi, la perdita del lavoro, niente più contratti, oggi lui troppo vecchio per essere assunto, in poche parole la fine della tranquillità. Il figlio minore, oggi diciottenne, smette di studiare e cerca un lavoro. Qualche contratto a termine per pochi euro, ma sempre più numerosi invece i periodi di inattività. Troppo giovane per essere assunto? Stessa sorte però anche per il figlio più grande. Insomma tutti infelicemente insieme a casa. Anna ci racconta i problemi del quotidiano che partono proprio dalla difficoltà di mangiare, nel vero senso della parola. Per una serie di lentaggini e intoppi burocratici il sussidio di disoccupazione è arrivato infatti solo per un breve periodo. Anna si è rivolta alla Caritas. Qui i volontari dei Centri di Ascolto, attraverso colloqui, una volta verificata l’esistenza di una reale condizione di disagio socio-economico, rilasciano un’autorizzazione per l’attribuzione di una tessera con un credito virtuale (si tratta di punti)  che consente l’accesso al servizio di spesa per un periodo di circa sei mesi l’anno. Finito il periodo di sei mesi? Beh la fame. Altre possibilità per sopravvivere? I servizi sociali. Tramite colloqui con assistenti sociali e previa valutazione della situazione di forte indigenza, esiste l’eventualità di percepire 200 euro circa mensili, ma per accedere al contributo è necessario avere figli minori (non è il caso di Anna) o essere anziani (non è ancora il caso di Anna).

Oltre all'”insignificante” problema del sostentamento alimentare quotidiano, si aggiungono poi i problemi delle spese di casa. Bollette insolute ovviamente, quindi rischio di taglio di servizi come luce e gas e poi dulcis in fundo, Anna ci mostra un raccoglitore zeppo di cartelle Equitalia. “Non so più nemmeno a quanto ammontino” – commenta Anna – “quando arriva una cartella ormai la metto insieme alle altre senza neanche aprirla … tanto….” E quel tanto la dice lunga. Sono parole che suggeriscono rassegnazione, senso di impotenza, ma che nascondono anche una grande forza di sopportazione, di dignità e purtroppo anche di vergogna. Si proprio di vergogna, lo dice Anna stessa. C’è la vergogna nel chiedere aiuto, nel mettere a nudo la propria situazione, c’è il senso di inadeguatezza nei confronti dei propri figli, c’è la paura di perdere il rispetto degli altri, e quindi alla fine c’è anche un grande senso di vuoto e di solitudine. Nessuno deve sapere, nonostante sempre più persone vivano questa situazione. Questa vergogna e questo riserbo lasciano dapprima attoniti, ma sono anche un sentimento piuttosto diffuso tra chi vive una situazione di grande disagio, basti pensare a tutti quei lavoratori o ex tali che si sono suicidati anche e per vergogna. 

Questa  che abbiamo voluto raccontare è una storia come ce ne sono tante, emblematica di una crisi che, in tempi non sospetti, è stata dapprima volutamente  negata, poi sempre volutamente sottovalutata, poi sommariamente affrontata, se così si può dire, andando a colpire sempre e solo gli strati sociali già in difficoltà.

Intanto Mario Monti ‘ascende’ in politica e presenta, scoprendo da sotto un drappo rosso, il suo prezioso simbolo di battaglia dove giganteggia la scritta “Con Monti per l’Italia”. Giustamente ‘per l’Italia’ è scritto in piccolo rispetto al suo nome.  Giustamente perché alla sua ‘ascesa’  non corrisponde di certo quella dell’Italia o meglio di una buona parte di italiani che, giorno dopo giorno, ‘scendono’, anzi sprofondano nell’abisso degli Inferi e si vedono costretti ad una sopravvivenza men che meno dignitosa. Sarà forse questa sua ‘ascensione’ che lo allontana mentalmente e fisicamente  sempre più dal Paese reale.

Il sospetto forte è che l’Italia non sia più un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani, ma neanche per persone di una mezza età. Non è un paese per pensionati, ma neanche per lavoratori e non è un paese per malati, in compenso è diventato un paese di indigenti, questo si.

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