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ROMA – Pier Paolo Pasolini è – ed è ancora destinato ad essere – un autore incredibilmente attuale.

Uno scrittore raffinato prima ancora che un regista illuminato, un poeta di rottura, un intellettuale che –  inutile dirlo – si ama o si odia. Ma che lo si ami o lo si odi, Pasolini resta un acuto osservatore dei tempi, un uomo coraggioso che ha lottato nel secolo scorso in un’Italia scarsa di complimenti verso le virtù del singolo, specie quando queste si scontravano in modo evidente con vizi allora ritenuti decisamente sconvenienti per l’opinione pubblica.

Fabrizio Gifuni, in omaggio a Giuseppe Bertolucci, scomparso lo scorso anno, porta in scena molti degli scritti di Pasolini, affiancati sul finale al “Il pecora”, poemetto di Giorgio Somalvico sulla morte del poeta. Due voci, quella di Pasolini e quella di Somalvico, due registri e perfino due lingue diverse, che si incontrano e si scontrano come in un gioco del rovescio che ha per protagonisti padri colpevoli e figli ingrati, e per oggetto una colpa da espiare nel modo più crudele e beffardo possibile: “‘na sgommata involontaria”, e poi il silenzio.

Vale la pena seguire questo monologo. Non solo perché dal 2004 la sua presa sul pubblico è enorme, grazie alla straordinaria presenza scenica di Gifuni, e non solo perché riporta alla mente pensieri e parole di uno degli intellettuali più grandi e controversi del secolo scorso. Ne vale la pena soprattutto per la sua impressionante attualità, che condanna senza appello tanto il potere del consumismo quanto la “pacatezza dei giornali”, che a quel potere hanno lasciato via libera. Un potere a cui la desacralizzazione della vita ha aperto la strada con un falso laicismo fatto di nuovi feticci, un potere che viaggia attraverso la televisione, suo strumento ma anche sua realizzazione fattuale.

E soprattutto, ne vale la pena perché parla dei giovani, di ieri e soprattutto di oggi: che siano “fastidiosamente infelici…regrediti a una rozzezza primitiva” o “più colti di quelli di vent’anni fa”, poco importa: “non hanno più nessuna luce negli occhi, solo stereotipia e silenzio”. E la colpa della generazione di Pasolini è grande, tanto grande da dover essere espiata attraverso la morte – in un macabro rituale da tragedia greca – per mano di “una vita violenta al servizio del sistema, un riccetto periferico”, che rivive quella notte all’idroscalo di Ostia nel lungo monologo finale.

Parte della rassegna promossa dal Vascello e dedicata a Pasolini, questo ‘Na specie de cadavere lunghissimo è esempio di quello che Gifuni ha ricordato in coda allo spettacolo: un ”esercito silenzioso” di attori e registi che fanno del buon teatro. Quello che ha molto da dire e sa come farlo, ma soprattutto quello che – in un’epoca in cui se ne sente largamente il bisogno – è ancora in grado di far riflettere.

‘Na specie de cadavere lunghissimo

Con Fabrizio Gifuni

Un’idea di Fabrizio Gifuni

Disegno luci Cesare Accetta

Regia di Giuseppe Bertolucci

Al teatro Vascello fino al 3 febbraio 2012

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