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Scuola. Il test d’ingresso viola il diritto allo studio

ROMA – Fa discutere la scelta di alcuni licei, istituti tecnici e convitti di utilizzare test d’ingresso per far fronte al boom di iscritti. Prove di logica, matematica, musica, lingue riservate agli alunni di terza media, che, attraverso il loro esito positivo o negativo, potranno o meno iscriversi alla scuola (obbligatoria) superiore.

I risultati dei test, infatti, verranno utilizzati dai presidi degli istituti per scegliere gli studenti più meritevoli e formare le classi con intelligenze simili. Tutti gli altri saranno destinati ad altre scuole. Reazione durissima contro questo provvedimento è stata espressa dalla Federconsumatori (Federazione Nazionale Consumatori e Utenti): «Negare il diritto allo studio a ragazzi di 14 anni – si legge nel comunicato stampa- non è la soluzione alla carenza di strutture scolastiche. Né tanto meno è accettabile creare istituti di “serie B” in cui confinare i ragazzi che non passano il test. […] Nessun test d’ingresso è ammissibile nella scuola d’obbligo. Né tantomeno i test possono essere, come riportato nell’offerta formativa di alcune scuole, “strumento per la formazione delle classi”. La scuola italiana deve essere plurale e offrire pari opportunità».
Sullo stesso piano di battaglia anche la Flc-Cgil, decisa a intraprendere tutte le iniziative possibili per bloccare questa iniziativa. Mimmo Pantaleo, segretario generale afferma: «È l’ennesimo attacco al diritto all’istruzione. Non si può ostacolare l’accesso alle scuole nel nome dell’ideologia della meritocrazia».

Anche Francesca Puglisi, responsabile scuola del Partito democratico sostiene la gravità e iniquità dei test d’ingresso, definendoli profondamente sbagliati. «Prima di tutto – dichiara la Puglisi- perché siamo ancora nell’obbligo scolastico, inoltre, perché tutte le ricerche dimostrano che classi eterogenee in termini di attitudini, abilità, competenze e origini economico-sociali degli studenti sono quelle che offrono i migliori risultati negli apprendimenti. Purtroppo queste sono le gravissime conseguenze dei tagli e del forzoso dimensionamento scolastico, ma soprattutto l’ingente danno culturale che ci lascia in eredità la destra: quello che la scuola debba concentrare il proprio lavoro nel selezionare e coltivare le eccellenze, sin dall’età dell’obbligo scolastico, abbandonando definitivamente la propria funzione di ascensore sociale».
Così facendo, infatti, le scuole, da luoghi di emancipazione egualitaria sociale e culturale, si trasformano in apparati di disgregazione e negazione di diritti. È assurdo pensare di poter far ricadere la responsabilità dell’assenza di strutture scolastiche sugli alunni.

Alunni che poi, una volta sostenuto l’esame finale di terza media, hanno già conquistato il diritto di poter accedere a qualsiasi istituto loro vogliono. Il titolo di diploma, infatti, è il solo che occorre per garantire a ogni studente la possibilità di continuare i propri studi.
E se questo dovrebbe valere per le università (sempre più limitate dai test d’ingresso), deve essere un punto fermo per l’istruzione dell’obbligo.
La nostra Costituzione assicura il libero accesso all’istruzione scolastica, senza alcuna discriminazione, e, è evidente invece che il provvedimento dei test d’ingresso sia alla base di una grave discriminazione.
Sarebbe un controsenso pensare a una scuola che invece di aiutare soprattutto chi ha delle difficoltà, preferisce i “già bravi”.
Il diritto allo studio deve essere uguale per tutti e lo Stato deve esserne garante. La formazione scolastica non può essere settoriale ma, in base al principio della partecipazione democratica, deve permettere a tutti i giovani studenti di poter avere la possibilità di apprendere e imparare.

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