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Aria di diaspora all’ordine dei giornalisti. Le riforme negate

ROMA – Aria di diaspora dentro l’Ordine dei giornalisti. Pubblicisti e professionisti ai ferri corti sul futuro di un’istituzione pletorica (oltre 500 graduati) e anacronistica. Le riforme negate da decenni stanno mettendo fuori gioco un OdG, nato quando la TV era ancora balbettante, il digitale era di là da venire, e la comunicazione era un fenomeno sconosciuto.

A meno di due mesi dal rinnovo delle cariche ordinistiche, si è varata all’ultima ora una sanatoria per offrire la casacca di professionisti ai pubblicisti tramite tirocinio ed esame di Stato. La pezza a colori, contestata in periferia (associazioni e ordini regionali), arriva troppo tardi per cambiare le regole di un mercato asfittico e a misura solo dei frelance. La mossa forse riuscirà ad incantare qualche sparuta pattuglia di creduloni, non a redimere i piazzati senza problemi.

Lo scenario del giornalismo è radicalmente cambiato. Secondo i dati raccolti dalla FNSI presso l’INPGI, il sorpasso del lavoro autonomo (rincorso dagli editori a corto di quattrini) a scapito del subordinato con la sbiadita veste di professionista, è ormai vicino: 22mila collaboratori (il 40%) contro 33mila giornalisti con il tesserino marrone.
I rapporti di lavoro subordinato sono crollati di quasi il 50% nel giro di pochi anni e il DNA del giornalista sta mutando rapidamente verso forme multifunzionali di operatori dell’informazione. I lavoratori autonomi stanno sostituendo progressivamente i dinosauri del mestiere in via di estinzione. I quali restano indifesi nel Fort Alamo di un Ordine sempre più mummificato e rappresentativo di sé stesso. Stanchi di essere accreditati come giornalisti di serie b nell’Ordine, dove sono stragrande maggioranza, non pochi pubblicisti accarezzano l’idea di cogliere al volo l’occasione offerta dalla recente legge che prevede la costituzione di associazioni professionali in alternativa o in assenza di Ordini.
L’esodo non appare tanto utopico anche se non è dietro l’angolo, perché l’Ordine corre ciecamente verso le elezioni di maggio. Sempre di meno, sempre più deboli, i giornalisti professionisti, salvo i riciclati collaboratori, saranno soverchiati in breve tempo dai free-lance ai quali si offrono migliori prospettive di occupazione. Di questo passo non è in gioco soltanto lo sbaraccamento dell’Ordine, prima o poi inevitabile, ma l’unità, la coesione e la solidarietà sindacale della categoria che finora, nel bene e nel male, ci hanno salvato dalla Caporetto. Già oggi la FNSI difende gli interessi di professionisti e pubblicisti a tempo pieno, riconoscendo  loro la comune identità di giornalisti professionali. Se decidesse di trasformarsi in associazione professionale valorizzando, prima che sia troppo tardi, le opportunità della nuova legge, indosserebbe la duplice veste di organismo sindacale e di organizzazione professionale, sintonizzandosi con i modelli degli altri Paesi europei, riscattando dall’OdG la perduta funzione di vigilanza deontologica, e recuperando credito nell’opinione pubblica. Peraltro, non sarebbe nulla di nuovo sotto il nostro sole. Alle origini, gli albi erano gestiti dal sindacato.

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