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Civitanova. La tragedia che parla alla politica

ROMA – La tragedia di Civitanova Marche,  disperata e cruda realtà,  una richiesta ai limiti dell’immaginabile, uno schiaffo alle nostre coscienze., . pone la responsabilità pubblica e quella politica con le spalle al muro. Il problema del che fare  diventa ineludibile. Tanto più in una situazione di stallo come quella che il risultato elettorale ha disegnato.

L’Italia è un Paese impoverito, smarrito, diviso e privo di fiducia. Sono tanti e sempre di più coloro che dicono o pensano di volersene andare, a cominciare dai giovani che lo stanno facendo. I più vivono con crescente disagio e rabbia questa situazione, soprattutto quando chiudi un attività o perdi il lavoro o non sei più in grado neanche di pensare di trovarlo. Il Paese chiede di essere governato con onestà e con competenza. E chiede di essere rassicurato: vuole cambiare, rinnovare e vuole più sicurezza. C’è per la verità anche una parte che si chiude nei propri privilegi, e un’altra che ha paura anche solo di perdere quello che si ha o si è costruito in tanti anni di lavoro e sacrifici.
Se si parte da questa premessa, quello che il Pd deve fare – e anche quello che devono fare le altre forze politiche – per superare lo stallo presente e usare il tempo per costruire soluzioni, non diventa di per sé più facile, ma acquista un senso ed una direzione che dà valore e priorità alle scelte. D’altra parte la raffigurazione di un Paese reale che soffre e di una politica che non riesce a uscire dalla situazione presente, finirebbe per minare, ancora più in profondità, la credibilità e la funzione delle nostre istituzioni e della nostra democrazia. Che sono simboleggiate, ancor prima della difficoltà a formare il nuovo governo, dallo stato di paralisi sostanziale in cui si trova il nostro Parlamento, la prima “casa” della sovranità popolare. Le responsabilità di questo stato di cose non sono naturalmente uguali. Se la terza forza presente in Parlamento si sottrae, oltre ogni logica identitaria, a qualsivoglia forma di dialogo o convergenza, si amputa il senso di una funzione di rappresentanza e si rende più difficile la costruzione di un governo. Se il secondo polo del nostro bipolarismo imperfetto parla oggi di responsabilità nazionale e si è comportato irresponsabilmente nei confronti del governo Monti e per furbizia o calcolo elettorale ha disconosciuto addirittura i propri provvedimenti, è evidente che oggi appaia come un interlocutore poco affidabile. Così come è vero che un sistema politico non possa vivere se tutti i soggetti che lo compongono non sentano, al di là della diversità dei programmi e degli interessi sociali che si rappresentano, uno stesso grado di responsabilità pubblica.

L’intreccio delle scadenze istituzionali
Da qui nascono le difficoltà del Pd oggi, ed è sbagliato, al di là degli errori che pure sono stati fatti, non capire che sono queste a rendere le soluzioni difficili, insieme alle scadenze istituzionali che si intrecciano tutte proprio in queste settimane. È giusto invece richiamare la responsabilità che ha il Pd nell’indicare le vie di uscita, sollecitare Bersani a farlo con determinazione, e a sostenere questo compito che non è facile. Il primo nodo da sciogliere arrivati a oggi è l’elezione del Presidente della Repubblica. Bisogna, come ha detto Bersani – e come in tanti pensano – eleggerlo con un accordo ampio su un nome in grado di rappresentare un presidio di rispetto della Costituzione e dell’unità della nazione. Se si riesce ad ottenere questo primo risultato, che è anche il più importante, si dovrà poi riprendere in mano il filo della formazione del governo. In tutta Europa chi ottiene più voti ha il diritto di governare e di esprimere il capo dell’esecutivo. Qui da noi questo richiede comunque il via libera del Parlamento. E questo rappresenta il sentiero stretto da percorrere.

Il governo possibile, di alto profilo guidato da Bersani
È difficile, infatti, per quello che abbiamo alle spalle e per le differenze di programmi, immaginare quello che è stato chiamato un governissimo, del quale non vi sono le condizioni. Ma di converso il Paese non ha bisogno di un governo alla giornata permanentemente in affanno e sotto ogni tipo di condizionamento. Il governo possibile di alto profilo e guidato da Bersani, sta esattamente in mezzo a queste due ipotesi aiutato in Parlamento da una comune volontà di riformare e rinnovare le istituzioni, e basato su un programma di punti certi e attuabili, soprattutto per affrontare l’emergenza economica e quella sociale e dare stabilità al profilo dei nostri interessi in campo europeo e internazionale. Tra quello che si vuole e quello che si può non sempre è possibile quadrare il cerchio. Ed è per questo che se tutto si dimostrerà difficile da realizzare non resterà che tornare alle urne. Ma sarebbe un segno di resa e di sconfitta, soprattutto di fronte ai cittadini. E non può essere oggi una scelta. Semmai c’è oggi un’ultima considerazione da fare. Quando si naviga nel mare in tempesta sarebbe bene non remare in direzione opposta e provare ad aiutare chi guida la nave. Anche perché spesso si finisce impigliati nel destino comune, e non sempre si riesce a salvarsi

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