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Elezioni presidenziali. PD, cronaca di una morte annunciata

ROMA – Era dai tempi della Democrazia cristiana che non si assisteva al ritorno alla grande dei cosiddetti “franchi tiratori”. L’elezione del Presidente della Repubblica da Gronchi in poi fu sempre l’occasione di scontri interni e di rese dei conti che nel segreto dell’urna azzoppavano regolarmente i propri “cavalli di razza”.

Come Fanfani nel dicembre del ’64, battuto dopo innumerevoli votazioni svolte in pieno Natale, dal socialdemocratico Giuseppe Saragat. Nel ’71, per non farsi mancare nulla, i “cavalli di razza” furono due: il solito Fanfani e Moro. I “franchi tiratori” sgarrettarono ambedue aprendo le porte del Quirinale al buon Giovanni Leone eletto con i voti dei fascisti di Almirante.  Poi ci fu una lunga pausa. Nel ’78 la partita quirinalizia si svolse dentro il PSI e la spuntò il partigiano Pertini grazie a Berlinguer e Zaccagnini che lo votarono a dispetto di Craxi che non lo voleva e non lo sopportava essendone ampiamente ripagato. Nell’’85 la cosa per gli scudocrociati andò liscia grazie all’accordo De Mita-Natta (Pci)  che portò subito al primo scrutinio, inaspettatamente per lui, Cossiga, che dopo la caduta del muro di Berlino cominciò a picconare la Prima Repubblica che avrebbe dovuto garantire. Nel ’92 i “cavalli di razza” erano Forlani e l’intramontabile Andreotti ma, sempre a colpi di tiri nascosti, furono battuti dall’ottimo Oscar Luigi Scalfaro che è stato nel suo settennato la bestia nera di Berlusconi. In quelle vicende di veleni e coltellate alle spalle degne dei migliori noir rinascimentali le cose venivano fatte dentro il partito cattolico anche con una certa eleganza e nella solidità del quadro politico assicurato dai grandi partiti popolari e di massa della sinistra.
Quello che ha messo in scena il PD in questi giorni drammatici a Montecitorio e il suo gruppo dirigente storico, da Marini a Veltroni, da D’Alema a Prodi con il notevole contributo del “nuovista” Renzi, è stato qualcosa di peggio, molto peggio. Un impasto di irresponsabilità e incapacità (Bersani), di vergognosa ipocrisia che ha suicidato il Partito ridotto a pietire la salvezza da un anziano signore, Giorgio Napolitano, che non aveva alcuna voglia di rimanere, a 88 anni suonati, al Quirinale e che generosamente si è rimesso a disposizione per il bene del Paese.

Ai più avveduti era chiaro da tempo che il PD, fin dalla sua fondazione, era un partito inadeguato ad affrontare la vicenda politica italiana. In particolare di assolvere al compito di battere il blocco sociale e politico populista e acostituzionale del berlusconismo. Un partito che nel suo codice genetico fondativo portava l’equivoco di una identità malcerta fra sinistra e centrismo moderato, annodata in un riformismo abbondantemente subalterno al neoliberismo dominante, che si tentò di coprire con la retorica dell’incontro fra i due riformismi di ispirazione socialista e cattolica. Mentre più concretamente il partito veniva costituito mettendo insieme, per lanciarle nel futuro, due cose deleterie del passato remoto e prossimo: il correntismo esasperato del passato che aveva già abbondantemente balcanizzato le due forze, DS e Margherita, formalmente promotrici della nuova forza democratica e il plebiscitarismo, parente stretto del populismo, introiettato, sotto false sembianze americane, dal berlusconismo.

 

Le famose primarie principio cardine voluto da Veltroni che erano, poi, un modo elegante di codificare il partito personale-carismatico che con Berlusconi aveva preso piede nel sistema politico della Seconda Repubblica. Dopo un’involuzione e una decadenza culturale, sociale ed etica durata anni la sinistra, nella sua maggioranza, è stata infilata dai leader principali, i due dioscuri D’Alema e Veltroni, per di più con visioni politiche opposte, dentro una gabbia chiusa dalle inferriate piddine, con l’intento, soprattutto da parte di D’Alema, di estendere per questa via obliqua e politicista una malintesa egemonia sul centro cattolico moderato. La vita grama del PD in questo quinquennio, incapace non solo di rovesciare Berlusconi e il berlusconismo, ma addirittura di non saperne raccogliere le spoglie nel momento della sua massima crisi, è stata, grazie al dalemismo-veltronismo, la solita triste storia dei pifferi di montagna che andarono per suonare  e si ritrovarono suonati in casa, senza domandarsi il perché, dal populismo renziano, così definito e lamentato dal leader Maximo. Il lascito è terribile per il Paese. Nel momento in cui l’Italia, per la crisi devastante in atto, non solo economica, ma politica ed etica, avrebbe bisogno massimamente di una grande e solida sinistra, essa giace in  macerie. Chi ha a cuore le sorti della Nazione deve ribellarsi a questo esito. La sinistra può e deve rinascere. Urgentemente. Avendo chiara, ancora una  fatto troppo danno al PD, alla sinistra e all’Italia.

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