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India-Pakistan. E’ morto Sing Sarabjit, il carcerato in coma dopo l’aggressione a colpi di mattone

NUOVA DELHI – E’ morto dopo esser stato ucciso a colpi di mattoni in carcere. L’uomo, un indiano di 49 anni, era in carcere da 22 anni con l’accusa di essere la spia indiana che aveva architettato una serie di attacchi dinamitardi che nel 1990 fecero 14 morti nella provincia del Punjab.

l cuore ha cessato di battere in ospedale, all’una ora locale, dopo una serie di interventi avvenuti nella settimana di degenza, in coma. Un’aggressione quantomeno sospetta quella avvenuta lo scorso sabato nel braccio della morte del carcere Kot Lakhpat di Lahore. Appena ieri il governo uscente pachistano stava considerando positivamente la richiesta indiana di trasferire l’uomo in India o in un Paese terzo per garantirgli adeguate cure.
 
La morte di Singh Sarabjit, questo il nome del detenuto, rischia seriamente di riaccendere la animosità tra India e Pakistan, due regioni che dalla guerra del Kashmir del 1947 al secessione del Bangladesh alla occupazioni del Kargil del 1999, quando già era stato condannato. Un continuum di rotture e di gelo diplomatico proseguito anche dopo gli attentati di Mumbai del 2008.
 
Dopo la sentenza pronunciata dalla corte costituzionale, c’era stata la richiesta di grazia dalla condanna a morte rifiutata dal dittatore da Pervez Musharraf, a sua volta nei guai con la giustizia oggi, alla vigilia delle elezioni in programma il prossimo 11 maggio. Ma con l’avvento di Asif Ali Zardari, alla guida del primo governo con vocazione democratica. Il primo arrivato a scadenza naturale, l’esecuzione della pena capitale era stata bloccata a tempo indeterminato.
 
Ma la situazione di Sarabjit rimane ingarbugliata. Secondo quanto trapela dalla Grance Press, in passato l’uomo aveva ricevuto minacce dopo a seguito dell’esecuzione di Mohammed Afzal Guru, il kashmiro impiccato a Delhi lo scorso febbraio perché accusato di aver fornito sostegno al gruppo armato che a dicembre del 2001 assalì il Parlamento indiano.
 
Il sospetto lanciato dai familiari, tornati in India dopo aver fatto visita al familiare in coma subito dopo il trasferimento in ospedale, era stata sempre improntata all’innocenza dell’uomo. La moglie di Sarabjit ha dichiarato polemicamente la necessità di un indagine sulla morte del marito: “Se l’attacco è stato pianificato con il benestare del governo allora non serve un’inchiesta, se invece i vertici erano all’oscuro allora serve indagare”. Queste le dichiarazioni ospitate dal quotidiano Dawn. Più diretta la sorella del defunto, raggiunta dall’Express Triburne: “Ad armare i detenuti sono state le guardi carcerarie”.
 
 
Un lamento, quello delle donne, che ha trovato seguito anche in seno all’esecutivo indiano: “I criminali responsabili di questo attacco barbaro e omicida devono essere portati davanti alla giustizia”, il parere del premier indiano Manmohan Singh. Mentre il ministro degli Esteri, Salman Khurshid, ha sottolineato che questo episodio “danneggia i rapporti” tra le due potenze asiatiche rivali. Intanto il ministro Sushilkumar Shinde ha reso noto che è stato inviato un volo per riportare la salma del 49enne sul territorio indiano. Diventerà un martire e la famiglia sarà ricompensata con sostegno a vari livelli da parte dello stato.

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