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La paura fa novanta!

ROMA – I due economisti americani, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, rispettivamente dell’università di Harvard e dell’università del Maryland, con i loro studi hanno spesso fornito l’alibi “scientifico” a politiche economiche e finanziarie restrittive che hanno provocato effetti negativi dirompenti in molti Paesi, compreso l’Italia.

 

Recentemente sono venuti alla ribalta per una loro teoria, secondo cui il rapporto debito pubblico/pil al 90% rappresenta il limite massimo oltre il quale inizia il crollo della crescita economica di un Paese. Essa non solo è errata ma si è dimostrato che è il frutto di grossolane manipolazioni statistiche. Nel frattempo però la citata “quota novanta” è diventata il vangelo in molti centri politici europei, a cominciare da Berlino e dalla Commissione europea di Bruxelles.

Come è sempre stato anche con i responsi delle agenzie di rating, tutti gli oracoli negativi e le terapie depressive originati negli Usa trovano una supina applicazione in Europa! Forse tanta evidente sudditanza meriterebbe una qualche terapia psicoanalitica.  Da anni, soprattutto nel vortice della crisi dell’euro e della destabilizzazione della stessa Ue, le politiche di austerità e di taglio di bilancio imposte ai Paesi europei più indebitati e più deboli sono state giustificate anche con la “teoria del 90%”.

Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble nel suo intervento al Parlamento tedesco lo scorso 6 settembre 2011, citava i due economisti americani per sostenere le sue tesi rigoriste. Appena poche settimane fa lo stesso Olli  Rehn, commissario europeo per l’Economia, ha utilizzato gli stessi argomenti per auspicare la politica di ferrea austerità.

Per fortuna molti, anche in Germania, si stanno rendendo conto che simili politiche imposte ai Paesi del Sud Europa stanno riverberando effetti negativi sull’economia tedesca, a partire dal settore auto. Infatti le esportazioni tedesche di automobili di piccola e media cilindrata, solitamente acquistate dalle fasce della popolazione lavorativa dei Paesi mediterranei, sono crollate imponendo anche lì il ricorso alla cassa integrazione in diverse fabbriche.

E’ evidente l’errore dei due economisti succitati. La verità è che quando la crescita si ferma, parte l’aumento del debito pubblico. Lo sforzo perciò dovrebbe essere quello di individuare le migliori proposte per sostenere gli investimenti e la ripresa produttiva.

In verità il duo Rogoff-Reinhart  elaborò subito dopo lo scoppio della grande crisi un’altra teoria meccanicistica, quella dell’ “inflazione controllata”. Sostenevano che per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta» ci vuole la spinta di una moderata e controllata inflazione del 4-6 % annuo per diversi anni.

Tale teoria venne subito stoppata dalla Germania, memore della devastante inflazione nel periodo della Repubblica di Weimar. Con l’inflazione non si scherza in quanto è un processo facilmente programmabile al computer ma difficilmente controllabile nella realtà.

Ci auguriamo che i fallimenti di simili teorie riportino l’Europa verso la vecchia ma solida economia sociale di mercato che nei decenni passati è stata determinante nella costruzione di uno sviluppo sociale ed economico più stabile e più equilibrato.

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