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Vagina in libreria

Esce il libro di Naomi Wolf. Intervista all’autrice

La donna pacata e riflessiva, gradevole e raffinata che mi riceve nelle suite 702 del Meliá Madeira Mare somiglia ben poco alla ‘one man show’ che ha aperto, al Teatro Baltazar Dias di Funchal, il Terzo Festival della letteratura di Madeira organizzato dalla Casa Editrice Nova Delphi. L’abito che le si accosta al corpo è lo stesso, i capelli sono sempre sciolti e gli occhi più azzurri che mai ma l’atteggiamento denota una trasformazione che lascia perplessi. Tanto chiassosa e vivace la prima quanto discreta e concreta la seconda. La disponibilità a rispondere alle domande e a mettersi in gioco però è la stessa. Naomi Wolf dal 1991 in poi, data della pubblicazione del suo primo best seller “Il mito della bellezza”, è abituata a stare al centro dell’attenzione. E così non sembra affatto scossa dalle critiche, abbondanti e assai sarcastiche, che hanno accolto “Vagina. A cultural history”, il suo ultimo lavoro pubblicato negli USA lo scorso settembre e in uscita in Italia il 21 maggio (Vagina. Una storia culturale, Mondadori, 2013). Anzi, nella performance/presentazione del libro che regala agli spettatori, numerosi, che affollano il teatro c’è un senso di sfida, una provocazione. E così ripete più volte i termini “vagina”, “pene”, “orgasmo”,”piacere sessuale” e ricorre anche ai gesti per descrivere gli organi sessuali maschili e femminili. Si schernisce quasi, dichiarando di non essere abituata a parlare di cose così personali a 150 sconosciuti, salvo poi comunicare che in breve saremmo diventati “buoni amici”. Buoni amici ai quali confidare i propri tormenti nello scoprire che la sua insoddisfazione sessuale derivava da uno schiacciamento del nervo pelvico da parte di una vertebra. Problema presto risolto grazie ad un intervento chirurgico che le ha restituito orgasmi sublimi e la serenità. E che le ha dato l’idea del libro.
Quale è la tesi centrale di “Vagina. A cultural history”?
Un’esperienza personale mi ha spinto ad indagare le neuroscienze e così ho scoperto che c’è un collegamento diretto tra cervello e vagina. “Vagina” è un lavoro che punta a far conoscere in maniera più approfondita il corpo delle donne e la loro sessualità. Parlare della vagina è un tabù e io ho voluto scrivere un libro su questo argomento perché sento, come donna, che non esiste un luogo, fisico e psicologico, in cui potersi esprimere a proposito del desiderio femminile e della sessualità.
Non mi sembra però che il libro abbia avuto un’accoglienza positiva, soprattutto negli ambienti femministi …
Io ritengo che la conoscenza sia potere. E quindi comprendere gli aspetti scientifici del collegamento cervello-vagina significa semplicemente mettere a disposizione delle donne una forza in più. Ad esempio durante l’orgasmo le donne hanno una scarica di dopamina che provoca alcuni stati d’animo, come l’energia e l’assertività, che le rende più sicure, decise e aperte. Quindi meno controllabili. Le strutture patriarcali che hanno imposto per secoli una tutela alla sessualità femminile mettevano in atto un meccanismo di controllo. Cosa c’è di più femminista che denunciare queste strutture di potere?
A proposito di femminismo. Per le donne è sempre più difficile definirsi tali.
E’ vero. In tutti paesi occidentali nei quali lavoro e mi trovo a viaggiare le giovani donne dichiarano apertamente di non volersi definire femministe. E’ una definizione che evoca aggressività, rabbia e viene utilizzata in genere con un’accezione molto negativa. Per me una missione fondamentale della società civile è spiegare ai nostri e alle nostre giovani che il femminismo è solo la conseguenza logica della democrazia; è credere che ogni persona merita di godere di tutti i diritti, che è degna di rispetto e che deve avere l’opportunità di partecipare ai processi democratici e sociali senza ostacoli che abbiano una relazione con il genere a cui appartiene. Quando si spiega il femminismo come un diritto umano non si incontra nessuna opposizione. Quando si domanda alle donne se vogliono vivere libere dalla violenza, se aspirano ad un lavoro gratificante e ben remunerato, se ritengono che sia giusto che guadagnino come un uomo a parità di lavoro, se desiderano vivere nella libertà, la risposta è sempre si.
Eppure è un termine che sembra divenuto impronunciabile. Secondo lei c’è una colpa delle stesse femministe in questo?
Negli anni ’70 il femminismo e altri movimenti popolari hanno avuto un momento di successo ma, specialmente negli USA e adesso mi sembra anche in Europa, si è passati da una narrazione che poneva al centro la partecipazione ad una visione individualistica. Mi sembra che alcune femministe abbiano una responsabilità in questo processo. In particolare il libro di Simone de Beauvoir, “Il secondo sesso” ha posto l’accento sull’individualità. Tutto il movimento femminista si è quindi spostato sullo studio dello stile di vita e sulle scelte personali. Da ciò si è generato un errore e il movimento femminista dovrebbe riconsiderare il suo posizionamento dentro il più grande movimento planetario per la democrazia e i diritti umani. E’ molto più facile essere marginalizzati se la discussione verte su temi individuali; questi temi possono essere dibattuti in una società che già ha raggiunto la parità di diritti e la piena ed egualitaria partecipazione delle donne, ma ancora non è così.
Anche il suo libro “Vagina” parte però da una posizione individuale e riguarda una sfera personale?
Il mio libro ha un profondo significato politico invece, perché se le donne rafforzano il proprio potere e la conoscenza riescono a far emergere la propria forza e hanno maggiore possibilità di sostenere processi di trasformazione. Tutto questo è politico.

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