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Ma guarda te, la mafia a Roma. Chi lo avrebbe mai detto? Non erano solo bande di gangster, allora. Non erano regolamenti di conti della mala. Non era criminalità spicciola. La mafia a Roma. Ma va?

Quanta pelosa sorpresa. Quanta poco credibile lettura minimalista. Quanto sconcerto di rito. Sulla stampa romana e nazionale, nelle stanze della politica locale fino al parlamento (il governo tace, Angelino ha il suo da fare a mettere insieme i cocci dopo il disastro kazako), e anche fra forze dell’ordine e la magistratura, che oggi mostrano inusuale attivismo e fino a ieri descrivevano la presenza delle mafie a Roma come fenomeno marginale se non inesistente. Tentativi di infiltrazione – ecco al massimo quello che dicevano – poco racket, qualche roba sul piano dei patrimoni, un po’ d’allarme sul fronte della coca. E la stampa a correre dietro, a bersi tutto come oro colato. Nonostante perfino l’evidenza del sangue. Pigri, inconsapevolmente complici, i grandi dei giornali e delle televisioni. Limitrofi e condizionati dalle rivelazioni ben architettate e distribuite con il contagocce.
E invece no! Eccoci qui, con le organizzazioni mafiose non infiltrate ma insediate stabilmente da decenni. Con il totale controllo del territorio (mica solo a Ostia come si sta cercando di far passare in queste ore) dal centro storico alle periferie fino all’hinterland e alle altre provincie del Lazio. E poi una bella guerra di mafia che ha fatto più di 60 morti in meno di tre anni e mezzo per sancire i nuovi equilibri e le inedite alleanze, il 30 % di tutta la coca trafficata in Europa che transita per la capitale di uno dei paesi fondatori della ue, il business colossale del riciclaggio attraverso l’acquisto massiccio di beni immobiliari di pregio a prezzi stracciati e di imprese commerciali in difficoltà a causa della crisi, con una zampa direttamente dentro appalti e concessioni e un’altra nel mondo finanziario. Con rapporti stabili nella pubblica amministrazione. Con rapporti innominabili ma evidenti con pezzi non marginali della politica.
Uno scenario che mica è possibile che si sia formato nel giro di qualche mese. Ci sono voluti decenni di acqua sul fuoco e occhi tappati per consentire una penetrazione sistematica che solo ora (e solo marginalmente) riusciamo a intuire. Per incompetenza, volendo credere alla buona fede.
Pensavate davvero che alle mafie interessassero solo gli appalti dell’expo milanese e non quelli di Roma capitale? Pensavate che le mafie rinunciassero ad avere un rapporto non mediato con la politica nazionale? Pensavate che le mafie, e in particolare Cosa nostra, dopo la strategia di inabissamento per correre ai ripari   a seguito della fase stragista di 20 anni fa avessero davvero deciso di auto-estinguersi? Così?
Poveri illusi, gli onesti. Anime belle dei salotti politici e della società civile, che ancora sperano che Sciascia si sbagliasse (50 anni fa) nel descrivere l’ascesa del potere mafioso attraverso la metafora della linea della palma.
Complici, consapevoli e non. Come ieri in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Abruzzo, Emilia, Liguria, Piemonte, Lombardia, Trentino, Friuli, oggi succede a Roma.
Sto esagerando? Mi sto accalorando troppo?
L’operazione (la seconda in meno di un mese) scattata questa mattina a Ostia (con un centinaio di arresti complessivamente sommandole) mostra dati interessanti.

Primo. La Banda della Magliana. Tutti dicono che sia finita nei primi anni Novanta, ma da allora abbiamo riempito migliaia di pagine sugli ex Banda della Magliana. Paradossale, vero? Se è davvero finita come mai tanti ex continuano a operare come se non lo fosse e come mai continua a crescere questo esercito di “ex” e di “vicini”? E’ un errore che ho fatto finora anche io, e da oggi lo eviterò. Non bisogna più+ parlare di ex Banda della Magliana. La Banda della Magliana esiste tuttora, si è trasformata, allargata, diversificata, modernizzata. E pesa e tanto.

Secondo. I Casamonica. Anche loro, relegati a primitivo folklore criminale nella letteratura giornalistica e anche giudiziaria, hanno raggiunto e pienamente rango di “organizzazione mafiosa” e si sono lanciati con tutta tranquillità in un’espansione sia territoriale che ampliando il loro raggio di azione penetrando e pesantemente anche nel settore degli appalti. Il clan Spada, legato ai Casamonica, ne è esempio lampante. Partiti dalla Romanina (e ancor prima dall’Abruzzo) si sono insediati con successo sul litorale diventando punto di riferimento (e di conflitto) nello scenario criminale. Fino ad arrivare allo scontro militare diretto con la Banda della Magliana (con tanto di omicidi).

Terzo. Si pensava che fossero solo i Casalesi e la camorra napoletana e la picciotteria della ‘ndragheta ad aver radicato la propria presenza nella capitale. Sbagliato. La strategia dell’immersione inaugurata da Bernardo Provenzano dopo la fase stragista degli anni Novanta, ha consentito a Cosa nostra di fare affari, di porsi come elemento cardine di inediti alleanze con gli altri sodalizi mafiosi e di assumere progressivamente sempre più peso e potere. E nell’operazione di oggi, infatti, compaiono uomini di spicco della famiglia siciliana Cuntrera – Caruana. Che a gran parte della pigrissima stampa nazionale e locale non dice niente, ma che risulta essere una delle famiglie mafiose con più profonde e fruttuose filiazioni internazionali (Canada e Venezuela), con il più profondo background nel traffico internazionale di stupefacenti e con uno dei patrimoni più consistenti e finora intoccati. Di certo a Roma non è venuta qualche famiglia in difficoltà in Sicilia. Sono arrivati quelli che contano. E che hanno contato prima e dopo Riina & co. Alla faccia di Cosa nostra in rotta davanti all’offensiva dello Stato.

Allora, la vogliamo usare senza timore questa parola a Roma? Mafia.

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