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Guerra in Siria, pressioni sul Congresso per votare “No”. Il G20 rimane diviso

WASHINGTON – La Siria chiede di non essere bombardata dalle truppe dei volenterosi, ma anzi di costruire insieme agli Stati Uniti la via di un dialogo “civilizzato” che non faccia ricorso al “fuoco e al sangue”. E’ l’accorato appello contenuto nella lettera che il portavoce del Parlamento siriano Jihad al-Laham ha inviato al presidente della Camera dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti John Boehner. La finalità, si legge nella pubblicazione dell’agenzia siriana Sana, è quella di “combattere il terrorismo”.

Vi scriviamo come madri, padri e membri di famiglie e comunità che realmente non sono così differenti dalle vostre. Vi scriviamo come esseri umani che vi stanno chiedendo: se ci bombardate, non sanguiniamo? Molta gente innocente verrà ferita.” recita uno dei passaggi che Laham ha chiesto che venga distribuita a tutti i parlamentari e venga letta prima della prossima udienza sulla Siria in programma a Capitol Hill.

Un tratto molto empatico che vuole unire anziché dividere e contrapporre gli Stati Uniti dinanzi agli obiettivi comuni. Un po’ sulla scia del dialogo che l’esercito siriano ha cercato di instaurare hackerando il sito della marina militare statunitense nei giorni scorsi, la lettera siriana ha cercato di destare il dubbio che la strategia che gli Stati Uniti intendono praticare in Siria vada nel senso opposto, ossia in quello di rafforzare i jihadisti e quegli estremisti islamici che popolano l’esercito dei ribelli che si oppongono ad Assad. Frange che solitamente gli Stati Uniti hanno combattuto nel loro recente passato.

Vi invitiamo a venire in Siria per capire la situazione prima di effettuare questo ‘taglio’, perché il vestito che taglierete è fatto di carne umana”. E’ invece un altro passaggio toccante della lettera. Ma probabilmente il punto più focale è toccato quando Jihad al-Laham ammette una serie di attacchi a base di armi chimiche.

Il 3 marzo 2013 un attacco chimico è stato lanciato su civili e personale militare a Khan al-Assal, ad Aleppo. Il 20 marzo 2013 la Siria ha chiesto alle Nazioni Unite di inviare un team d’investigazione ma la sua visita è stata ritardata da Usa, Francia e Gran Bretagna per più di cinque mesi”. Il 30 marzo la Turchia avrebbe annunciato di aver arrestato “un gruppo di terroristi islamici con due litri di gas sarin”. In Iraq, a giugno, vennero confiscate le armi chimiche di un altro gruppo di estremisti al confine fra i due paesi. Mentre luglio, la Russia, avrebbe consegnato le prove di attacchi chimici compiuti dai ribelli di Al Nusra a Marat al-Numan, Aleppo.

Parole sono state spese anche nei confronti dell’Europa. Jihad al-Laham definisce responsabilità dell’Europa quella di fermare l’intervento militare e invitando, in una lettera separata, il Presidente del Parlamento, Martin Schulz, a visitare la Siria e a formare una commissione di osservatori permanente.

Se la lettera avrà o meno impatto sul Congresso degli Stati Uniti, atteso alla prossima settimana ad un voto decisivo ma non vincolante sul tema del conflitto siriano, non è dato saperlo ora. Certo è che quantomai ce ne fosse bisogno di rimarcare il concetto, apre nuove falle all’interno delle certezze pro risoluzione offerta da Obama ai membri del Congresso.

Secondo alcune voci provenienti dagli Stati Uniti, infatti, largo sarebbe il fronte degli indecisi sul fronte siriano. Molti parlamentari infatti, anche quelli che in passato diedero sostegno a Bush per il conflitto in Iraq, sarebbero rimasti scottati dall’esperienza, e non vedrebbero di buon occhio l’intervento siriano. Secondo quanto sta pubblicando in questi giorni la versione americana dell’Huffington Post, infatti, Obama correrebbe il rischio di trovarsi nella stessa condizione del suo storico alleato Cameron, bocciato nelle scorse settimane nella Camera dei Comuni di Wesminster, dopo che almeno una trentina di suoi colleghi conservatori avevano deciso di non seguire il suo leader esprimendo parere negativo nel voto sul conflitto in Siria.

Secondo l’Hp infatti solo 41 persone avrebbero manifestato il si per il conflitto.175 gli indecisi. L’asticella del successo è fissata a 217. Curiosamente lo stesso numero di chi si è già espresso per il no. Tutti numeri di una lotta che viaggia sul filo del rasoio, e che concretizza sul fronte interno americano gli scenari incerti che stanno sempre più delineandosi sul fronte internazionale.

Se si vuole tramutare in numeri quanto fuoriuscito dal G20, Obama avrebbe superato di misura l’asticella del consenso internazionale. In molti infatti hanno dato l’assenso alla condanna dell’uso di armi chimiche. Che il gas sarin sia stato utilizzato appare, in barba all’attesa del responso delle prove degli inviati dell’Onu in Siria, ormai una certezza. Ma secondo quanto emerge dalla stampa internazionale sarebbero almeno in 11 (su 20) a condannare Assad dei crimini. Tra questi (secondo gli Stati Uniti) Australia, Canada, Francia, Italia, Giappone, Corea del Nord, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito e Spagna. Ferma contrarietà invece sarebbe stata espressa da Russia, Cina, India e Indonesia, Argentina, Brasile e Sudafrica.

Ma la realtà dei fatti recita altro. Esattamente come preventivabile, infatti, dal G20 si San Pietroburgo non è emerso nessun accordo tra i volenterosi, i cauti e i garantisti del regime siriano. Il mondo è di nuovo diviso in due blocchi, chi appoggia la strategia americana di Obama e chi quella della Russia di Putin. Nel mezzo ci sono tutti quei paesi tra cui l’Italia, la Spagna e la Germania che non condannano né l’uno né l’altro. Ma che hanno annunciato che si muoveranno dietro il consenso espresso in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Che avverrebbe solo se Russia e Cina sciogliessero le loro attuali posizioni, venendo di fatto incontro alle posizioni dei volenterosi. Uno scenario attualmente più improbabile di un conflitto. Obama martedì prossimo parlerà al popolo americano. Dall’esito dei colloqui di San Pietroburgo il presidente degli Stati Uniti si è detto “incoraggiato” e sempre più deciso ad intervenire in Siria, “pur senza essere impaziente”. Putin, ed è qui che la realtà si emancipa dai numeri, ha invece fatto sapere che “Se (i volenterosi, ndr) attaccano stiamo con Damasco”.

 

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