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Teatro Vittoria. “Discorsi alla nazione”: Ascanio Celestini racconta il condominio Italia. Recensione

ROMA – Un paese tormentato dalla pioggia, un condominio abitato da persone comuni, una guerra civile in corso. E, sullo sfondo, l’attesa per l’arrivo di un dittatore che – si crede – risolleverà le sorti di un paese allo sbando. Questa, in estrema sintesi, la trama dei Discorsi alla Nazione di Ascanio Celestini, in scena al Teatro Vittoria fino al 20 ottobre.

Inquilini strani, quelli del condominio di Celestini. Strani e stranamente simili agli abitanti confusi dell’Italia di oggi, che soffrono la perdita di identità, la mancanza di aspettative, l’appiattimento (o la distorsione) di tutti i valori fondanti delle loro ideologie.

E così l’inquilino del primo piano, nel suo desiderio di una vita normale e di normale invisibilità, finisce per scontrarsi (anche fisicamente) con il più invisibile degli ospiti di quello strano paese. Nel frattempo, qualche piano più su un fatalista si diverte a fare il cecchino dalla finestra, ma solo dalle 9 alle 17 e mantenendo sempre una certa sensibilità democratica nello scegliere le sue vittime.

C’è chi non riesce a mantenere relazioni senza la sicurezza di una pistola in tasca, e c’è l’uomo con l’ombrello dell’ultimo piano, che mostra solidarietà agli uomini senza ombrelli accogliendoli – ma sotto i suoi piedi! – per farli riparare dalla pioggia.

Sul palco, il quadro di un paese incapace di comunicare, abituato a “discorsi a mano armata” che disegnano nemici ad ogni angolo. Per difendersi non restano che le armi, e che siano metaforiche o reali, poco importa: basterebbe rispolverare vecchi ideali, vecchie parole, per contrapporsi a una classe politica violenta che “vede i cittadini come sagome” e li tratta di conseguenza.

Sotto il palco, però, arriva pian piano una presa di coscienza: i sottomessi si guardano in uno specchio e si scoprono uguali ai potenti, assuefatti dalla violenza verbale e dall’identificazione di nemici comuni, per cui provano lo stesso odio. Come nel “Piccolo Paese”, Celestini torna a parlare di identità e di opposizione alla violenza: elementi che, se mancano, portano inevitabilmente all’assuefazione, al fatalismo.

Ma di essere fatalisti non vale la pena. Perché, in fondo, “per governare un fatalista non serve nemmeno più un dittatore: basta un giocatore d’azzardo e un mazzo di carte truccate”.

 

Discorsi alla Nazione

di e con Ascanio Celestini
suono Andrea Pesce
organizzazione Associazione culturale Lucciola, Paolo Gorietti, Marianna Pezzini
produzione Fabbrica
dall’8 al 20 ottobre 2013 al teatro Vittoria di Roma

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