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ROMA  – Nessuno sa cosa sia veramente la cybersecurity e quali rischi comporti ignorarla per gli Stati e per il singolo cittadino. Per usare la metafora del direttore generale del Global Cyber Security Center, Andrea Rigoni – tra gli esperti presenti al convegno sulla Cyber Security nel Centro Studi americano di Roma – “Nel ciberspazio non si riesce a percepire il rischio, così come avviene nei casi di avvelenamento da monossido di carbonio, asintomatico fino alla morte dell’organismo”. 

“Internet rappresenta il sistema nervoso del mondo attuale – aggiunge Rigoni – una grande risorsa ma anche una minaccia, che può produrre notevoli danni a livello macroeconomico, senza una vera strategia di analisi e cooperazione tra Stati”. Esiste, dunque, un digital divide che pone alcuni Stati in posizione privilegiata, per essere entrati prima degli altri nell’era digitale. Sono già trentacinque i Paesi – secondo il direttore del Cyber Security Center – ad aver reso pubblici i propri piani sulla sicurezza informatica per avviare una proficua collaborazione comune contro la “minaccia invisibile” rappresentata dalle insidie Word Wide Web.  

Per il direttore tecnico di Finmeccanica Lorenzo Fioroni, il danno prodotto dagli “incidenti cibernetici” si aggirerebbe intorno ai “350 milioni di dollari americani”, con un aumento dell’incidenza di almeno il 25% negli ultimi cinque anni. Per limitare gli effetti negativi si auspica una maggiore regolamentazione del web a livello transazionale, senza imbrigliare, però, la Rete in maglie troppo strette che ne limitino le potenzialità espressive. Basti pensare al ruolo connettivo e di empowerment svolto da Internet durante la primavera araba che ha permesso ai giovani attivisti di tutto il mondo di scendere in piazza in nome della libertà, raggirando la rigida censura governativa. 

“La vera sfida è quella della sicurezza condivisa che non si limiti al mero controllo governativo, in un clima di collaborazione internazionale”. Sono queste le parole del Ministro Giovanni Brauzzi, vice-direttore generale degli Affari Politici e Sicurezza del ministero degli Esteri, che alla linea dura preferisce la condivisione degli standard tra Nazioni, senza mettere così a repentaglio i segreti di Stato. Un approccio bottom up e trasparente che eviti rovinose fughe di notizie, come la più clamorosa per opera della gola profonda Edward Snowden, l’ex tecnico della National Security Agency americana che ha rivelato al quotidiano britannico Guardian i dettagli riservati del piano di sorveglianza Prism, dando inizio allo scandalo datagate. Un terremoto mediatico che ha prodotto solo effetti negativi per gli Stati Uniti. Incidenti diplomatici tra Washington e gli altri Paesi – tra questi anche la Cina e l’Europa – che non hanno gradito di essere spiati dagli Usa, senza considerare i milioni di dollari investiti nel programma Prism, reso ormai inutile.

Simili incidenti faranno parte del passato, se tutti saranno uniti nel percorrere “una nuova via” verso un futuro prossimo, sempre più digitalizzato e interconnesso.

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