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Teatro Vascello. Gli ultimi giorni di Fernando Pessoa. Recensione

ROMA – È la notte del 28 novembre 1935. Fernando Pessoa è in un letto d’ospedale, ha 47 anni e una crisi epatica in corso. Sa che morirà presto, lasciando dietro di sé i personaggi che ha creato e che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Questi, notte dopo notte, tornano a fargli visita fino al suo ultimo respiro, alle 20:30 del 30 novembre 1935.

Questa, in estrema sintesi,la trama de Gli ultimi giorni di Fernando Pessoa, testo in cui Antonio Tabucchi, scomparso un anno e mezzo fa, immagina le ultime ore dello scrittore portoghese. Lo riportano in scena, in un reading a ritmo di fado, le voci di Massimo Popolizio, Gianluigi Fogacci, Isabella Mangani e la chitarra di Felice Zaccheo. Ma questa pièce è molto più di una lettura teatrale. Sarà la capacità evocativa di Tabucchi intrecciata alle poesie di Pessoa a creare, associata al tema della morte, un’atmosfera surreale data da un misto di malinconia ed ironia; sarà che i due autori insieme sono in grado di toccare delle corde scoperte dell’anima e di farle suonare con ritmi dissonanti a ogni cambio di tono o di parola. Fatto è che gli eteronimi di Pessoa, che non sono solo personaggi ma parte dell’anima dello scrittore, non si limitano a dialogare con lui, ma diventano presto parte del pubblico.

E così, lo assaggiamo anche noi, quell’”amore come trippa fredda” che fu servito al poeta in un ristorante “fuori dallo spazio e dal tempo”. Ci crediamo anche noi, in quelle “lettere d’amore ridicole” che presto o tardi tutti abbiamo scritto o scriveremo, ricordandole con malinconia a distanza di anni. Anche noi “non smetteremo di sognare Samarcanda”, e troveremo affascinante un paganesimo annunciato in calzari e toga romani. E ci sembrerà naturale trovare in un uomo semplice, stabile e fidato un maestro di vita che funga da coagulante per una vita “che altrimenti sarebbe andata in frantumi”.

Il rimpallo di pensieri tra Tabucchi e Pessoa al termine dello spettacolo sembra suggerire una sola cosa: che la letteratura è un modo per superare quelle frontiere che, da esseri umani, siamo naturalmente portati a costruire attorno a noi. Frontiere reali fatte di paura, nichilismo, cinismo, assenza di fantasia, che uccidono inconsapevolmente la nostra capacità di capire il mondo. di “essere sincroni a ciò che stiamo vivendo”, di raccontare il nostro tempo e di viverlo. Lo diceva Tabucchi in Tristano muore, che uno scrittore è tale solo grazie alle sue parole. E lo ripetono a voce alta Álvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Bernando Soares, António Mora, che con i loro racconti hanno fatto a Pessoa il più grande regalo che uno scrittore possa desiderare: “sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere”.

 

Gli ultimi giorni di Fernando Pessoa è un grido d’amore per una letteratura che due grandi scrittori hanno lasciato prematuramente. È una dichiarazione di assoluta dedizione all’arte che più di ogni altra permette di scavalcare le frontiere, vivere le vite di altri, guardare il mondo con occhi diversi per tornare – a fine capitolo – a vedere le cose con i propri. E, soprattutto, ad imparare l’arte sottile e complicata di usare le parole: perché, per citare Tabucchi, “tutto quello che viviamo non avrebbe senso se non ce lo raccontassimo”.

 

Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa

Con Massimo Popolizio, Gianluigi Fogacci, Isabella Mangani, Felice Zaccheo

Serata unica: Teatro Vascello, 21 Ottobre 2013

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